Diario ragionato della pandemia

ovvero

Fahrenheit 2021

L’appello di 40 ricercatori preoccupati per la vaccinazione COVID-19 sui bambini

L’appello di 40 ricercatori, docenti universitari e medici inglesi all’Agenzia sui farmaci britannica (MHRA) preoccupati per la vaccinazione COVID-19 sui bambini.
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L’allarme all’Agenzia dei Farmaci (MHRA) per la campagna vaccinale COVID-19 sulle fasce sotto i 12 anni (prevista in UK a settembre 2021) è arricchito di link e articoli, e  titola: “Sicurezza e preoccupazioni sulle vaccinazioni Covid nei bambini”. I medici dichiarano: “Stiamo sollevando queste preoccupazioni per promuovere un dibattito informato che è una parte vitale del corretto processo scientifico. Dobbiamo assicurarci che non si ripetano le tragedie del passato quando i vaccini sono stati immessi sul mercato in fretta. Per esempio, il vaccino per l’influenza suina Pandemrix, lanciato dopo la pandemia del 2010, ha provocato oltre mille casi di narcolessia, in bambini e adolescenti, prima di essere ritirato…” E danni ha provocato anche “Dengvaxia, un vaccino contro la dengue, che è stato distribuito ai bambini prima dei risultati completi della sperimentazione… Non dobbiamo rischiare il ripetersi di questi eventi con i vaccini Covid-19, che potrebbero avere un impatto enormemente dannoso sulla vaccinazione in generale”.  



Tre ricercatori italiani spiegano la tesi secondo cui i “vaccini COVID-19” siano farmaci

Tre ricercatori italiani spiegano sul Journal of Neuroimmune Pharmacology (JNIP) la tesi scientificamente validata secondo cui i “vaccini COVID-19” siano farmaci piuttosto che “vaccini tradizionali”
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La Lettera indirizzata al JNIP e arricchita di referenze bibliografiche, di Marco Cosentino, Marco Ferrari e Franca Marino espone l’evidenza che i tre ricercatori ravvedono nei vaccini COVID-19 confermata da gran parte del mondo scientifico: Pfizer, Moderna, Astrazeneca, J&J ma anche Sputnik non sono vaccini convenzionali, bensì prodotti medicinali con un principio attivo e degli eccipienti, e probabilmente con effetti che dipendono dalla dose e dalla reattività individuale. “La maggior parte dei paesi occidentali, tra cui USA, UE e Regno Unito, stanno costruendo le loro campagne di vaccinazione di massa contro COVID-19 su prodotti derivati ​​da biotecnologie innovative, per RNA messaggero (Pfizer/BioNTech e Moderna) e consegna di DNA attraverso vettori di adenovirus (Oxford/AstraZeneca e Johnson & Johnson). Quest’ultimo è condiviso dalla Federazione Russa come vaccino Sputnik V (Jeyanathan et al. 2020 ). All’inizio della pandemia di coronavirus-2 (SARS CoV-2)… solo due vaccini basati su vettori virali contro il virus Ebola (tuttavia senza vettori di adenovirus) sono stati autorizzati per uso umano (Suschak e Schmaljohn 2019)”. Ma come aggiungono i ricercatori “di fronte all’emergenza sanitaria da pandemia COVID-19, la diffusa percezione pubblica” di questi prodotti impropriamente definiti “vaccini” è che tali “vaccini in fase di sviluppo riflettessero ciò che era già disponibile per il tetano, la difterite, la poliomielite, il morbillo, la parotite o la rosolia tra altri. Tuttavia, gli attuali vaccini COVID-19…” sarebbero da considerare “farmaci” o “prodotti farmaceutici” piuttosto che “vaccini convenzionali (che) sono preparati contenenti forme indebolite o uccise del microrganismo, alcuni dei suoi determinanti antigenici chiave o una forma inattivata di tossina… (che) incontrano il sistema immunitario dell’ospite nel sito di iniezione, determinando infine la stimolazione di una risposta immunitaria e, a sua volta, di una memoria immunologica. I vaccini COVID-19 si basano esattamente sulla consegna di RNA messaggero o DNA preparata mediante consegna vettoriale. Contengono RNA o DNA della proteina SARS-CoV-2 S attiva racchiusa in eccipienti (lipidi, sali e saccarosio per i vaccini a RNA, un adenovirus per i vaccini a DNA). I principi attivi non sono in grado di influenzare direttamente il sistema immunitario, a meno che non subiscano la traduzione nella proteina SARS-CoV-2 S da parte delle cellule in cui penetrano attraverso l’elaborazione ribosomiale….È stato recentemente suggerito che la proteina SARS-CoV-2 S prodotta e rilasciata dalle cellule ospiti precedentemente bersaglio dei vaccini può interagire con il suo recettore ACE2 espresso su altre cellule, innescare infiammazione, trombosi e altre reazioni avverse, imitando infine la patologia della malattia (Angeli et al. 2021 )”  Nell’articolo, dunque, i ricercatori evidenziano l’inappropriatezza dell’uso  della parola “vaccino” nella sua accezione comune per tali costrutti farmaceutici che – come ammesso del resto dalle stesse case farmaceutiche – a differenza dei vaccini tradizionali non prevengono il contagio, ma consentirebbero ai vaccinati solo di contrarre una forma più lieve della malattia.



L’intervista al dottor Mike Yeadon che ipotizza un depopolamento su vasta scala

L’intervista al dottor Mike Yeadon, ricercatore scientifico e Vicepresidente di un comparto di ricerca Pfizer, che ipotizza un “depopolamento su vasta scala” sfruttando la “pericolosità di tali ‘vaccini’ ”.
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È stata America’s Frontiline Doctors a raccogliere le dichiarazioni dello scienziato Mike Yeadonpresidente, CEO (Chief Executive Officer) e co-founder di Ziarco Pharma Ltd (un’azienda di biotecnologie farmaceutiche), che in Pfizer ricopriva il ruolo di ricercatore scientifico e vicepresidente di un comparto di ricerca che si occupava di allergie e ricerca sui farmaci. In tale intervista, Yeadon ha affermato che tali vaccini potrebbero essere utilizzati “per il depopolamento mondiale”:  “Non ho nessun dubbio che ci troviamo difronte al male (non sono mai stato così sicuro di qualcosa in 40 anni di carriera) e a prodotti pericolosi” – si legge nell’intervista originale inglese – “Nel Regno Unito, è abbastanza chiaro che le autorità sono decise a somministrare i “vaccini” al maggior numero possibile di persone. Questa è follia, perché anche se fossero legittimi, la protezione è necessaria solo per le persone che sono ad alto rischio…Ma tutte le altre, in buona salute… non muoiono di virus. In questo grande gruppo, è del tutto immorale somministrare qualcosa di nuovo e il cui potenziale di effetti  è completamente atipico”. Yeadon sostiene – e cita gli studi – che chi sia stato esposto al Covid, abbia sviluppato una immunità a lungo termine: fino a 17 anni o forse a vita. All’intervistatore che gli chiede quali siano i motivi per tanto accanimento sulla vaccinazione universale, lo scienziato risponde: “… Una è il denaro: ma è una motivazione che non regge, perché lo stesso profitto si otteneva raddoppiando i costi e somministrandoli alla metà dei soggetti. Per cui, è qualcos’altro. Va detto che, per “intera popolazione” s’intende includere anche minori e forse bambini piccoli, cosa che interpreto come un atto malvagio. Non c’è nessuna ragione medica. Sapendo, come so, che la progettazione di questi ‘vaccini’ si traduce nell’espressione nei corpi dei riceventi della proteina spike che ha effetti biologici negativi, che in alcune persone sono dannosi ( coagulazione del sangue,  attivazione del “sistema immunitario complementare” ecc. ), sono deciso nel sottolineare che coloro che non sono a rischio di questo virus non dovrebbero essere esposti al rischio di effetti indesiderati dovuti a questi agenti”. Tant’è che alla fine l’ex vicepresidente della Pfizer fa una dichiarazione eclatante: “Per favore, avvertite le persone di stare lontane dai vaccini, non ce n’è assolutamente bisogno…. E dal momento che … sono stati prodotti dal settore privato e gli organi preposti al controllo e alla regolamentazione si sono fatti da parte (la sicurezza non è stata testata), posso solo dedurre che saranno usati per scopi nefasti. Ad esempio, se qualcuno volesse danneggiare o uccidere una significativa percentuale della popolazione mondiale nei prossimi anni, i sistemi messi in atto in questo periodo, lo consentiranno. È mia opinione che sia possibile che tutto ciò venga usato per un depopolamento  su vasta scala”.



Le preoccupazioni di America’s Frontline Doctors, sulla natura sperimentale dei vaccini

Le preoccupazioni di America’s Frontline Doctors, sulla natura sperimentale, i rischi dei “vaccini”, la carenza di studi preliminari e test. 
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L’organizzazione no-profit di medici e studiosi rivolta al mondo medico America’s Frontline Doctors (AFLDS) ha stilato un documento per rispondere alle domande sul vaccino COVID-19 . In particolare, sul significato scientifico e legale di “vaccino sperimentale” (dimostrando che quelli anti-Covid lo sono tutti) e sulla sicurezza: “Poiché questi vaccini sperimentali non sono stati testati secondo gli standard abituali, nutriamo serie preoccupazioni per la sicurezza…non è sicuro distribuire su larga scala un vaccino sperimentale”, in quanto “l’assunzione di un vaccino è completamente diversa dall’assunzione di un normale farmaco. Contrariamente all’assunzione di un farmaco per una malattia, la persona che prende un vaccino è in genere completamente sana e continuerebbe a essere sana senza il vaccino. Poiché la prima regola del giuramento di Ippocrate è “non nuocere” la sicurezza del vaccino deve essere garantita. Ma non è ancora successo. Dovrebbero essere condotti e pubblicati più studi sulla sicurezza e l’efficacia del vaccino e si dovrebbe offrire al pubblico maggiore trasparenza sui possibili rischi, prima che gli Americani entrino nel più grande programma di sperimentazione medica di massa della nostra storia”.



Introduzione sezione Vaccini

Le leggi della politica contro le leggi della natura   

Questa pagina è in continuo aggiornamento perché riporta studi, documenti e testimonianze su una materia in continua evoluzione: i cosiddetti “vaccini” anti Covid-19, infatti, non sono vaccini tradizionali come quelli finora conosciuti e utilizzati ma – per ammissione delle stesse case farmaceutiche e dei loro enti regolatori – sono “costrutti farmaceutici” ancora in fase sperimentale. Per cui la loro sicurezza, efficacia ed effetti collaterali sull’uomo, sia a breve che a lungo termine, sono ancora da verificare.
Gli studi e le analisi riportate in questa pagina esprimono, dunque, le perplessità del mondo scientifico su tali “farmaci sperimentali”. Perplessità che però, anziché alimentare un aperto dibattito scientifico fra “pari” come avviene normalmente – cioè fra esperti accreditati e di pari livello – in questo caso vengono respinte a priori dalle istituzioni politico-sanitarie, senza entrare nel merito scientifico delle stesse, spesso delegittimando i loro autori: nonostante siano premi Nobel o scienziati dotati di prestigiosi curricula, la cui pecca più evidente è quella di non allinearsi al pensiero unico dominante. Ecco perché queste analisi non sono facilmente rintracciabili sui media. E perché – prima di riportarle qui di seguito – va descritto il contesto in cui sono decollati e sono stati autorizzati i cosiddetti “vaccini”: a partire dai relativi contratti tra la Commissione Europea e le singole aziende fornitrici. 

Contrariamente, infatti, alla trasparenza che caratterizza il mondo della ricerca scientifica, i contratti sono stati fin dall’inizio blindati e riservati; poi parzialmente resi pubblici, ma con forti censure sui testi che tuttora permangono. Le case produttrici, inoltre, hanno fin da subito rigettato ogni responsabilità e ottenuto una legislazione ad hoc che le protegga legalmente dagli eventuali danni causati dai loro prodotti (come si vede nella sezione EVENTI AVVERSI ). Anche il costo delle dosi è omesso dall’informazione pubblica, nonostante a dicembre 2020 fosse trapelata, per errore, una tabella dei prezzi, poi prontamente rimossa, sull’account twitter personale della sottosegretaria al Bilancio del Governo belga, Eva de Bleeker.  

L’eurodeputata francese dei Verdi Michéle Rivasi denuncia a gennaio 2021 la poca limpidezza dei contratti tra la Commissione Europea e le aziende fornitrici di vaccini: “Sono mesi che chiediamo accesso ai contratti siglati dalla Commissione con i produttori di vaccini, che l’esecutivo continua a mantenere segreti…” Così, messa sotto pressione, la Commissione Europea a gennaio 2021 concede agli europarlamentari l’accesso esclusivamente agli accordi con l’azienda produttrice di vaccini CureVac che, a differenza delle altre case produttrici (Pfizer, Astrazaneca, ecc.) non aveva ancora avuto l’approvazione dei propri prodotti: per cui si trattava di accordi ancora vaghi e generici. In ogni caso, le forme e i modi con i quali è stata concessa la consultazione di tali documenti lascia perplessi per come sembra chiaramente violare le forme di  ordinamenti democratici. Le regole per consultare i contratti con la CureVac, infatti, prevedono: un accesso per non più di 45 minuti, senza telefonini, né mezzi atti a fotografare i documenti, senza possibilità di fotocopiarli, senza possibilità di prendere appunti e alla presenza di un controllore. (sic!) I contratti messi a disposizione sono documenti pesantemente censurati e con omissioni nel testo perché “la riservatezza” è condizione e parte integrante di tali contratti che tratteggiano un quadro alquanto diverso dalla narrazione pubblica dell’emergenza. Si parla, per esempio, di un forte interesse a spostare la produzione dei vaccini in Europa, creando di fatto un indotto economico florido che non termina con l’emergenza: a fine maggio 2021, in un terzo contratto con la Pfizer per l’acquisto di 1,8 miliardi di dosi, si parla di forniture fino al 2023. Viene meno così, ancora una volta, il concetto di emergenza che giustifica la messa sul mercato di vaccini sperimentali, mentre l’emergenza stessa diventa, a sua volta, l’occasione per le case farmaceutiche per pianificare nuove linee di produzione europee con meno vincoli contrattuali e rispetto di norme di sicurezza ed efficacia, grazie all’emergenza.
Non solo: il particolare che il contratto comprenda anche l’acquisto di vaccini per le varianti indica che le case farmaceutiche sono consapevoli – al contrario di quanto viene diffuso all’opinione pubblica – che i vaccini non ci libereranno dal virus e che le varianti si svilupperanno nonostante le vaccinazioni. Come mai? Perché, al di là delle dichiarazioni politiche, sembra difficile modificare la legge di natura secondo la quale non si vaccina mai la popolazione durante un’epidemia: perché proprio la vaccinazione spinge il virus – per adattarsi – a diventare più aggressivo, a “variare” per sottrarsi agli anticorpi prodotti dal vaccino, rendendo i vaccinati più vulnerabili dei non vaccinati alle nuove varianti. Una tesi dimostrabile non solo scientificamente, ma anche dai fatti: proprio nei paesi dove la vaccinazione è stata più massiva, la popolazione è oggi maggiormente vittima delle varianti, a riprova delle dichiarazioni e degli studi degli scienziati qui di seguito riportati, a partire dal Nobel per la Medicina Luc Montagnier. 
Insomma, da quanto emerge dai contratti con le case farmaceutiche e dalle dichiarazioni dei politici, per la prima volta nella storia della Medicina viene dato per scontato che un vaccino non avrà lo scopo per il quale i vaccini sono prodotti – cioè, prevenire ed evitare il contagio – e che le varianti del virus saranno inevitabili. Dichiara, infatti, al riguardo Ursula von der Leyen: “Con la nostra firma, il nuovo contratto è ora in vigore: che è una buona notizia per la nostra lotta a lungo termine per proteggere i cittadini europei dal virus e dalle sue varianti! La produzione e la consegna nell’UE fino a 1,8 miliardi di dosi sono garantite. I potenziali contratti con altri produttori seguiranno lo stesso modello, a vantaggio di tutti”.
Una constatazione di dubbio fondamento scientifico;  avvalorata come “verità” grazie alla maggioranza politica che la sostiene e alla legislazione emergenziale che la supporta; smentita sotto il profilo scientifico dalle testimonianze e dagli studi riportati qui di seguito; e che, grazie ad un apposito algoritmo creato dalle stesse case farmaceutiche e dai loro enti regolatori – come si vedrà nella sezione EVENTI AVVERSI di imminente pubblicazione – rende di fatto impossibile stabilire un NESSO di casualità fra il vaccino e i relativi EVENTI o REAZIONI AVVERSE.      

Ecco perché, data l’estrema delicatezza dell’argomento, gli studi qui riportati sono in lingua originale – traducibili con i vari sistemi di traduttori on line – proprio per rimandare direttamente al contesto scientifico che ospita ogni studio: perché ciò consente di accedere alla relativa bibliografia e alle altre analisi sul tema; ai curricula degli autori; all’universo scientifico della rivista o dell’istituzione che ospita il singolo documento, per poterne valutare l’autorevolezza. Un approccio che – senza nessun aggravio per il lettore medio – consente all’addetto ai lavori di “navigare” dentro gli articoli originali come in un mare di vera Scienza in cui pescare studi ed elementi da approfondire e confrontare, anche con l’ausilio di altri esperti accreditati fra pari. 

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Intervista alla genetista francese Alexandra Henrion-Caude

Intervista alla genetista francese Alexandra Henrion-Caude esperta di tecnologie RNA che definisce “folle somministrare terapie geniche a persone sane”.
Ascolta l’estratto dell’intervista

Alexandra Henrion-Caude è una nota genetista francese.  Già Direttore di Ricerca al French Institute of Healt (Inserm), ha completato il suo post-dottorato alla prestigiosa Harvard Medical School e ha lavorato al Necker Hospital-Image Insitute.  Esperta, in particolare, di epigenetica – cioè proprio della branca della genetica che studia i danni e le mutazioni sui geni a lungo termine nelle future generazioni – ha pubblicato decine di studi sul RNA. Ciononostante,  pur valorizzando le tecnologie RNA ha dichiarato all’intervistatrice dell’emittente francese “LSP”: “Proprio perché conosco tutto il potenziale del RNA, so che somministrarlo a persone sane è una follia. Tenuto conto della versatilità della molecola RNA, della sua capacità di interagire con una moltitudine di molecole, della capacità di suddividersi in piccole sequenze avevamo cercato nelle terapie VEGF (fattore di crescita dell’endotelio vascolare) di utilizzare l’RNA: ma non ci siamo ancora riusciti. E poiché RNA è capace di produrre una serie di conseguenze sull’organismo, se non ci riusciamo sui malati, farlo su una popolazione sana mi sembra una follia allo stato attuale, dopo 10 anni di ricerche e sperimentazione”.



Le dichiarazioni del Professor Paolo Bellavite sulle paure “fondate” di chi non si vaccina.

Le dichiarazioni del Professor Paolo Bellavite sulle paure “fondate” di chi non si vaccina e il suo studio sull’origine del virus.
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Dichiarazioni in video su La7
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Il Professor Paolo Bellavite, è un medico chirurgo specializzato in ematologia, biotecnologie, esperto in statistiche sanitarie e epidemiologia che lavora presso l’Università di Verona. Fra i suoi studi c’è quello sulla dubbia origine del virus (naturale o da laboratorio), analizzata già il 27 marzo 2020 a commento di un lavoro di “Nature Medicine” e ribadita il 26 maggio 2021 in “Storia delle prime discussioni sull’origine del SARS-CoV-2”: dove Bellavite – che non ha mai creduto alla teoria del passaggio animale-uomo nel mercato di Wuhan accreditata dall’articolo di Nature – dichiara che oggi questa sua critica sta prendendo sempre più piede. Egli spiega, infatti, che quell’articolo di Nature – “circolato come fosse la VERITA’ DEFINITIVA” – era solo “una lettera e neppure un lavoro sperimentale o una rassegna sistematica… come giustamente sottolineano anche gli autori americani di origine cinese di un lavoro uscito a settembre 2020, sulle caratteristiche bio-ingegneristiche del virus… Come il virus sia entrato nella popolazione umana è di fondamentale importanza nel controllo della pandemia attuale e nella prevenzione di simili future pandemie”.
Anche per questo Bellavite evidenzia una serie di pericoli nella natura sperimentale della campagna vaccinale, espressi a inizio maggio 2021, nella trasmissione “Di Martedì”, affermando che, in quanto sperimentazione, richiederebbe la volontarietà sulla base di una piena consapevolezza. In mancanza della quale: “Ha ragione chi ha paura, perché siamo ancora nella fase di sperimentazione dei vaccini”.



Analisi di Clinical Transplantation elenca le gravi carenze nell’immissione sul mercato dei vaccini

Analisi di Antoine Barbari, Presidente di Clinical Transplantation, che elenca le gravi carenze nell’immissione sul mercato dei vaccini
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“Le preoccupazioni sul vaccino COVID-19: realtà o finzione?” è il titolo dell’analisi di Antoine Barbari, Presidente della “Middle East Society for Organ Transplantation”, che analizza le preoccupazioni legate ai vaccini correlandole alla bibliografia di studi recenti (2020-2021). Eccone l’estratto: “Un team di scienziati cinesi ha segnalato il primo caso di COVID-19 a Wuhan, in Cina, l’8 gennaio 2020, dopo aver sequenziato il primo materiale genetico virale. Da allora molti vaccini sono stati sottoposti a test, aggirando le sperimentazioni sugli animali, con più di 200 aziende farmaceutiche in diversi paesi che hanno dichiarato lo sviluppo di diversi vaccini, ciascuno con la propria strategia per generare immunità: nonostante le argomentazioni di molti esperti di malattie infettive sostengano che 18 mesi per un primo vaccino sia un programma incredibilmente aggressivo valutando che ci vogliono mediamente 10 anni per svilupparne uno. Dieci vaccini candidati sono già entrati negli studi clinici di fase 3 sugli esseri umani. Questi vaccini si basano su diversi tipi di tecnologie, la più innovativa delle quali utilizza l’RNA messaggero del materiale genetico”. E qui l’analisi riassume alcune delle “preoccupazioni autentiche” sollevate quali: “… i periodi di follow-up troppo brevi, preoccupazioni di efficacia e sicurezza, mancanza di chiare correlazioni di protezione, casi di morbilità e mortalità segnalati subito dopo la vaccinazione, incertezze riguardo al rischio di aumento della malattia con l’esposizione al virus a lungo termine, la possibilità di trasmissione virale dopo la vaccinazione, la ridotta efficacia segnalata di questi vaccini contro nuove varianti, l’efficacia e la sicurezza di questi vaccini nei sottogruppi precedentemente esclusi (come i bambini, le donne incinte, gli anziani fragili ad alto rischio e individui immunocompromessi), il rischio sconosciuto di malattie autoimmuni indotte da immunogenicità, cancro e infiammazione cronica, il rischio di trasformazione del genoma…” E di conseguenza: “la potenziale coercizione imposta dal settore pubblico e privato ​​sui cittadini per ricevere il vaccino. Evidenti domande plausibili, dunque, rimaste finora senza risposte chiare e convincenti”.



Studio del Salk Institute californiano che identifica “ruolo chiave della proteina spike nel danneggiare le cellule”.

Studio di un team del Salk Institute californiano che identifica il Covid come malattia vascolare, e il “ruolo chiave della proteina spike nel danneggiare le cellule”.
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Il documento del prestigioso Salk Institute, eccellenza mondiale in campo biomedico, è stato pubblicato su Circulation Research il 30 aprile 2021 ed una sintesi è disponibile nella sezione NOTIZIE del Salk Institut che esordisce: “La proteina spike del nuovo coronavirus svolge un ruolo chiave aggiuntivo nella malattia. I ricercatori e i collaboratori del Salk mostrano come la proteina danneggi le cellule, confermando che il COVID-19 è una malattia principalmente vascolare” piuttosto che polmonare. Questo articolo, dunque, non parla direttamente dei vaccini, ma ha fatto scalpore perché solleva una questione molto controversa sul ruolo della proteina spike presente nel virus e quella inserita negli attuali vaccini: “Gli scienziati sanno da tempo che le distintive proteine “spike” di SARS-CoV-2 aiutano il virus a infettare il suo ospite attaccandosi alle cellule sane…” e questo “nuovo importante studio” conferma e dimostra che “le proteine spike del virus… svolgono un ruolo chiave nella malattia stessa”. Ma nonostante nella sintesi dell’articolo, si specifichi che “le proteine spike del virus si comportano in modo diverso da quelle codificate in modo sicuro dai vaccini” onde evitare eventuali accostamenti tra la spike del virus e quelle dei vaccini, in realtà va detto che il documento del Salk non parla proprio dei vaccini, né fa accostamenti con le relative spike, la cui “sicurezza” è ancora da accertare nei vaccini sperimentali. Di qui la connessione fra questa scoperta e le critiche degli studiosi che da mesi segnalano la pericolosità dei vaccini sperimentali nei confronti a livello scientifico: sia perché tali vaccini in commercio contengono miliardi di proteine spike, sia perché le problematiche vascolari e la formazione di trombi sono proprio uno degli effetti avversi registrati dopo la somministrazione del vaccino. In altre parole lo studio, da un lato conferma il ruolo chiave della proteina spike nella malattia e nelle conseguenze a livello cardiovascolare, e dall’altro, indirettamente, solleva dubbi sulla proteina spike utilizzata nei vaccini la cui “sicurezza” – garantita dalle ditte produttrici – sembra smentita dai dati sugli eventi avversi tra i quali ci sono proprio malattie vascolari. In questo studio sul Covid malattia vascolare, i ricercatori di Salk hanno collaborato con scienziati dell’Università della California, tra cui il co-primo autore Jiao Zhang e il co-autore senior John Shyy. La ricerca è stata sostenuta dal National Institutes of Health, dalla National Natural Science Foundation of China, dal Shaanxi Natural Science Fund, dal National Key Research and Development Program, dal First Affiliated Hospital dell’Università di Xi’an Jiaotong; e l’Università di Xi’an Jiaotong.



Dichiarazioni di Pietro Luigi Garavelli sui pericoli delle vaccinazioni durante una pandemia

Le dichiarazioni di Pietro Luigi Garavelli, primario di Malattie Infettive dell’Ospedale Maggiore della Carità di Novara sui pericoli delle vaccinazioni durante una pandemia.
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Il professore Garavelli, ha dichiarato a fine marzo 2021: “È dimostrato che ormai Sars Cov 2 è presente nella popolazione tutto l’anno … per cui assistiamo a brevi ondate epidemiche a scadenza di mesi le une dalle altre, come è normale che avvenga… In questa situazione, a non essere normale è una cosa che si impara al primo anno di specializzazione. Ovvero, non si vaccina mai durante una epidemia. Perché il virus reagirà mutando, producendo varianti e sarà sempre più veloce di noi. Con un virus RNA o si trova un denominatore comune su cui montare il vaccino o, facendo vaccini contro le spike che mutano, non hai speranza di arrivare prima di lui. Lo ricorreremo sempre perché così tende a mutare velocemente.”  Perciò Garavelli si muove controcorrente anche sul lockdown: “… è una misura di isolamento che serve per patologie da contatto, come l’Ebola…” ma non “allo stato attuale delle cose, quando il virus è ormai endemico… in pratica, dobbiamo conviverci, rispettare le misure prudenziali e, oserei dire, curare a casa. Chiudere la società e la vita a tratti, non ha davvero senso.