Diario ragionato della pandemia

Le prove

GLI STUDI


Lo studio “Solidarity” con il quale OMS ha sostenuto l’inefficacia dell’idrossiclorochina (aggiornato a ottobre 2020).
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“Solidarity” lanciato dall’OMS, è uno studio randomizzato internazionale per i trattamenti COVID-19 su 12.000 pazienti, in 500 siti ospedalieri e in oltre 30 paesi”. Questa è la presentazione fatta dalla stessa OMS sul proprio sito: da questa descrizione, dunque, si evince subito che il risultato non poteva che negare l’efficacia dell’idrossicloroina contro il Covid. È ormai risaputo, infatti, che l’drossiclorochina non funziona nella fasi avanzate della malattia, ma solo nei primi 7-10 giorni: cioè, PRIMA del ricovero e proprio per evitarlo. Pertanto era inevitabile che tale studio concludesse: “l’idrossiclorochina ha avuto un effetto minimo o nullo sulla mortalità complessiva e sulla durata della degenza ospedaliera nei pazienti ospedalizzati”. Perché, sbagliato nelle premesse, si è rivelato tale anche nelle conclusioni.


Lo studio “Recovery” (iniziato ad aprile 2020) è stato promosso in Inghilterra Galles, Scozia e Irlanda del Nord.
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Lo studio mira a identificare i trattamenti utili alle persone ricoverate in ospedale con COVID-19 sospetto o confermato. Anche questo studio, sostenuto dall’ OMS, analizza l’utilità di farmaci quali l’idrossoclorochina: ma lo fa nella fase già avanzata della malattia, quando la sua azione è notoriamente inefficace. Pertanto, date le premesse, le conclusioni non potevano che sostenerne l’inefficacia. Come si legge nella pubblicazione, la sperimentazione è supportata da una sovvenzione all’Università di Oxford dal  Regno Unito Research and Innovation / National Institute for Health Research (NIHR ) e da un finanziamento del  NIHR Oxford Biomedical Research Center, Wellcome, Bill and Melinda Gates Foundation, Dipartimento per Sviluppo internazionale,  Health Data Research UK,  Medical Research Council Population Health Research Unit e  NIHR Clinical Trials Unit Support Funding.


L’analisi di Dilip Pawani, Didier Raoult e colleghi (settembre 2020) che smonta lo studio “Recovery” sostenuto dall’OMS. 
Leggi la versione “ridotta” riportata nel “Diario”

Pubblicata su International Medical Journal il 29 settembre (Scarica il documentoe diffusa in Italia il 30 settembre da “Affaritaliani” (Vedi l’articolo), quest’analisi demolisce l’intero studio “Recovery” finanziato anche dalla Fondazione Bill e Melinda Gates e utilizzato dall’OMS per dissuadere dall’uso dell’idrossiclorochina

Utilizzata da decenni per le malattie autoimmuni, l’idrossiclorochina (HCQ) non è una molecola nuova: ma se non è pericolosa o letale per chi la usa per tutta la vita, come può esserlo per chi la prende contro il Covid solo per una settimana? Tutti quelli che hanno criticato HCQ, non hanno mai risposto a questa domanda. Ma Didier Raoult e colleghi trovano la risposta sia ai dubbi sulla sua pericolosità, che a quelli sulla sua efficacia. Dimostrano, infatti, che il “come” e il “quando” viene somministrata, fa un’enorme differenza sul risultato; e rivelano che la dose di HCQ somministrata ai pazienti oggetto dello studio Recovery è “eccessiva e priva di giustificazione nella pratica clinica conosciuta”. Per cui “l’alta mortalità dei pazienti registrata dallo studio Recovery, non dipende dall’HCQ ma “dall’alto dosaggio utilizzato…”. Di qui la denuncia: “La totale assenza di un approccio medico-clinico dello Studio Recovery, deve spingere l’OMS a riconsiderare le decisioni prese in conseguenza a tale studio, per non farsi carico della responsabilità di un aumento di decessi nel mondo. Sottrarre un farmaco, dimostratosi sicuro e di accertata efficacia nella fase iniziale di malattia, contribuisce ad aumentare le morti di persone che avrebbero potuto essere curate e guarite, e a prolungare la pandemia…”. Così concludono gli autori i cui nomi sono qui di seguito riportati:

  • Dilip Pawar MBBS, MD, PhD, DSM, MBA, FCP (USA) Clinico Farmacologo, Scienziato di ricerca sul cancro e Covid Expert Mumbai (India);
  • Didier Raoult MD Direttore dell’IHU Méditerranée-Infection Boulevard Jean Moulin Marsiglia – vedi curriculum – (Francia);
  • Mauro Rango Medical Writer Università di Padova e fondatore del gruppo di medici “Ippocrate.org” (Italia);
  • Nise Yamaguchi MD, PhD Clinico Oncologo e Immunologo Institute of Advances in Medicine Università di San Paolo (Brasile);
  • Juan C. Bertoglio, MD Ass. Prof. Di Medicina e Immunologia Universidad Austral del Cile;
  • Alberto Palamidese, MD. Professore Aggiunto di Pneumologia Ospedale Universitario di Padova Medical Association Directory Board Università di Padova (Italia);
  • Vincenzo Soresi M.D. Director em. of Pneumology Ospedale Niguarda di Milano Professore em. di Anatomopatologia, Oncologia Clinica e Pneumologia Università di Milano (Italia);
  • Juan L. Hancke, DVM, PhD Prof. di Farmacologia e Tossicologia Università Austral del Cile;
  • Graziella Cordeddu Medical Writer Università di Cagliari (Italia);
  • Daniela Gammella Medical Writer Università di Parma, (Italia);

La denuncia del sito “Age of Autism” sulle dosi letali di idrossiclorochina (HCQ) usate negli studi “Recovery” e “Solidarity” sostenuti dall’OMS.
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Leggi la versione “ridotta e ragionata” riportata nel “Diario”

Come l’analisi sullo studio “Recovery” coordinata dal professor Didier Raoult, anche quella del sito americano “Age of Autism” (pubblicata in Italia da “La Voce delle Voci”) attira l’attenzione sulle dosi eccessive di HCQ adottate in entrambi gli studi promossi e coordinati dall’OMS. Sia in “Recovery” che in “Soldarity”, infatti, secondo il sito americano dedicato alla salvaguardia e alla salute dei bambini, vengono usati dosaggi di cui non c’è traccia nella letteratura’a scientifica: che non rientrano, cioè, fra quelli definibili “dosaggi terapeutici”. Detto con un esempio: se l’aspirina è efficace nella dose giusta, ma inefficace e pericolosa ingerita in intere confezioni, così l’HCQ può essere letale nelle dosi in cui è stata somministrata in tali studi.


L’analisi di Science sul modo in cui sono condotti gli studi.
Scarica il documento (anche sotto il link https://doi.org/10.1016/j.nmni.2020.100709)
Scarica la sintesi ragionata riportata sul “Diario”

Si tratta, come specificano gli autori, di una meta-analisi sugli effetti dell’idrossoclorochina (HCQ) ​su 105.040 pazienti in 9 paesi distinguendo tra due tipi di studi: gli “studi big data”, condotti su cartelle cliniche elettroniche da specialisti della sanità pubblica ed epidemiologi che non hanno curato direttamente i pazienti e si basano, perciò, su dati virtuali (in quanto estrapolazione di numeri); gli “studi clinici” basati su dati reali che menzionano i dettagli dei trattamenti (dosaggio, durata, controindicazioni, monitoraggio) raccolti in prima persona dai medici (specialisti di malattie infettive, di medicina interna, pneumologi) che si sono presi cura in prima persona dei loro pazienti. I risultati di questa meta-analisi lasciano sconcertati gli stessi autori: perché mentre tutti gli studi basati su dati virtuali definiscono inefficace l’HCQ, al contrario gli “studi clinici” basati su dati reali la definiscono efficace. Lo studio di Science, dopo avere analizzato una serie di parametri per capire il perché di due verdetti così contrastanti, alla fine dimostra che tra i big data che bocciano idrossiclorochina e i medici che la promuovono, hanno ragione i medici. E non solo sul piano clinico, come rivela l’inquietante interrogativo sollevato da questi studi non solo sulla pandemia, ma sul futuro della nostra società.


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