Diario ragionato della pandemia - Parte terza



La “verità politica” ha schiacciato la verità scientifica



Forse la chiave di lettura dell’intera pandemia sta proprio nella differenza fra queste due verità: ma come si fa a riconoscerle sotto i panni della verità ufficiale? Nell’introduzione alla pagina LE PROVE del “Diario” racconto un episodio della mia esperienza di giornalista in cui capii la differenza sostanziale tra “verità scientifica” e “verità politica” grazie ad una delle menti più promettenti della Chimica Italiana, prematuramente scomparso: lo scienziato Alfonso Maria Liguori. Fu lui, infatti, a spiegarmi: “La verità politica si basa su un concetto numerico: quello della “maggioranza”. La “verità scientifica”, invece, si basa sul “metodo” adottato per raggiungerla. Detto con un esempio: se la maggioranza sostiene che le foglie degli alberi sono blu e la minoranza che sono verdi, la verità politica prevale numericamente, ma la verità scientifica sta con la minoranza. E grazie al “metodo” e al “ragionamento scientifico” è sempre dimostrabile”.
Alla luce, dunque, di questa lezione, la verità di una minoranza di medici – ottenuta con la pratica clinica supportata dal metodo utilizzato per ottenere i risultati – dimostra quanto le cure precoci e la prevenzione siano attualmente il migliore antidoto contro un virus ormai endemico e mutevole. Viceversa, fino a quando non verrà accertata la validità scientifica delle attuali restrizioni “sanitarie” (compreso il prolungamento dello stato di emergenza, l’obbligo vaccinale e i “campi di isolamento”) esse rappresentano solo un incubo privo di legittimità. A partire dall’uso delle mascherine all’aperto che sollevò proteste per la sua infondatezza perfino da parte di Galli e Crisanti ma fu avallato da Zingaretti come “invito psicologico alla cautela” (sic!); alle norme che hanno consentito di frequentare le chiese, ma vietato di frequentare i teatri, nonostante le dimensioni analoghe degli spazi; alla definizione di “positivo” per chi ha effettuato un tampone con un numero troppo alto di cicli di amplificazione: un dato  fondamentale per definire le esatte dimensioni della pandemia, usato, invece, in maniera fuorviante. Se per cercare la presenza del virus sul tampone, infatti, se ne ingrandisce esageratamente l’immagine (oltre, appunto, i 30-35 cicli di amplificazione) verranno rilevati solo pezzi di virus o virus morti che non sono più in grado di replicarsi: e, quindi, non aumentano il contagio. Con quali conseguenze? Quella di conteggiare come “positivi” un numero abnorme di “casi” che non sono contagiosi; diobbligare i cittadini a immotivate quarantene e limitazioni; di sciorinare ad ogni tiggì un elenco di ”casi” che tiene immotivatamente alto il livello di allarme.  
Ma nonostante questi “positivi” frutto di amplificazioni eccessive andrebbero valutati  “negativi”, come segnalato 6 mesi fa dal professor Roberto Rigoli, referente della Regione Veneto; nonostante l’Associazione dei microbiologi clinici italiani (AMCLI), abbia sottolineato che quando i cicli sono pari o superiori a 35, va specificato che il 95% dei ceppi non sono più in replicazione; benchè questo criterio sia stato ribadito da Anthony Fauci a novembre 2020: “il test PCR COVID inutile e fuorviante quando viene eseguito a “35 cicli o superiore”; da altri medici, virologi ed epidemiologi in Italia e all’estero; da siti specialistici che denunciano “L’esplicitazione nel referto dei cicli nell’analisi molecolare di SARS-CoV-2: cui prodest?e Troppi cicli e pochi geni: cosa non va nei tamponi ”; e nonostante Maria Van Kerkhove, responsabile per l’OMS abbia dichiarato come riportato nell’articolo: Tramonta il mito degli asintomatici. Per Oms è raro che trasmettano il virus”; su questo tema permane un velo di ambiguità.
O peggio: come si legge nello specifico documento del CDC, solo i tamponi per i vaccinati “devono avere un valore Ct RT-PCR<28:” un numero di cicli, cioè, inferiore a 28 cicli. Gli altri no. Così inevitabilmente – con il metodo dei “due pesi e due misure” – un maggior numero di vaccinati risulterà “negativo” e un maggior numero di non vaccinati risulterà “positivo”. Ecco, per esempio, i risultati di alcuni laboratori del Veneto e del Friuli Venezia Giulia  i cui tamponi vanno da un minimo di 37 fino a 40-45 cicli: a riprova che, se fossero correttamente eseguiti non oltre i 28-30 cicli, i dati sui “positivi” crollerebbero di botto come un castello di carte. Insieme allo Stato di emergenza, alle restrizioni, al coprifuoco, all’obbligo vaccinale ecc. ecc. ecc.