Diario ragionato della pandemia - Parte seconda


“HCQ”:  storia di una molecola “scomoda”

Per capire come mai alla fine del 2020 ci siamo ritrovati più o meno nella stessa situazione “carceraria” dell’inizio dell’anno, vale la pena riallacciarsi al finale della 1° parte del Diario: quando la rivista Lancet definisce l’HCQ “pericolosa” e “letale” per il Covid, per cui l’OMS ne interrompe lo studio sui pazienti ospedalizzati. Ma ben presto la pubblicazione di Lancet solleva un grosso scandalo: perché scienziati di varie nazionalità la contestano per le sue inesattezze, la scarsa autenticità del database, la metodica e la mancanza di trasparenza. Così dopo 13 giorni, l’articolo viene ritirato. Purtroppo, però, i dubbi sull’efficacia e la pericolosità dell’HCQ sono rimasti: come accade spesso con le smentite, che raramente hanno la stessa eco della notizia contestata.

Ma oggi, a distanza di 8 mesi e alla luce dei fatti accaduti nel frattempo, l’errore di una rivista così autorevole fa sorgere un interrogativo: quell’articolo è stato solo un passo falso o il segnale dell’inizio di una strategia anti-HCQ?

Fra quelli che se lo sono chiesto, c’è un lungo articolo di Issues Science and Technology che, anche se nato nel contesto americano, tratteggia scenari simili a quelli disegnati altrove. Riporta, infatti, la denuncia di alcuni scienziati dell’Università di Oxford su come la “politica e la disinformazione stanno distruggendo i tentativi di combattere COVID-19 con i farmaci disponibili, in attesa di futuri vaccini: “Avevamo programmato di testare se un farmaco potesse  rallentare l’infezione da coronavirus, ma gli interessati si sono ritirati dallo studio: tutto perché il farmaco è l’idrossiclorochina”. E aggiunge lo scienziato di Oxford Nick White: “Non credo che ci sia stato un farmaco più controverso… la disputa si è talmente politicizzata da annebbiare ogni barlume di scientificità. Alimentata dall’approvazione di populisti di destra come l’ex presidente americano Donald Trump e il brasiliano Jair Bolsonaro, molti scienziati e oppositori di Trump e Bolsonaro definiscono l’HCQ inutile o pericolosa, per cui la diatriba si è estesa ben oltre le riviste mediche nel valutare rischi e benefici”.

Ecco perché, secondo Issues Science, l’utilizzo di HCQ è andato scemando fino a oggi non tanto in relazione alla sua efficacia, ma alle influenze della politica e degli affari: “…All’inizio della pandemia, i ricercatori del Wuhan Institute of Virology in Cina prevedevano: “Il farmaco ha un buon potenziale per combattere la malattia”…. Anche un team di scienziati in Francia ha utilizzato la promettente combinazione HCQ+antibiotico azitromicina … e i risultati hanno fatto scalpore a livello globale… tanto che a marzo, un sondaggio di Sermo Real Time Covid-19 Barometer (una rete di social media per medici di tutto il mondo) ha rilevato che un terzo dei 6.227 medici intervistati aveva prescritto HCQ … definendola “la terapia più efficace contro COVID-19….” E Sermo, consultato di nuovo il 27 maggio, rilevava, che per oltre 20.000 medici in 30 paesi era il primo farmaco usato per i pazienti COVID-19 e il più diffuso su larga scala.

Anche in Italia – come si è visto – è stato fra i farmaci usati dai medici per curare con successo i pazienti a casa. Tant’è vero che, quando l’AIFA a maggio ne ha vietato l’uso per il Covid, sono scattate proteste, una raccolta di firme su Panorama on line e addirittura una denuncia contro AIFA sollevata da un gruppo di medici di base ai quali, lo scorso dicembre, il Consiglio di Stato ha dato ragione: obbligando AIFA a ritirare il divieto all’uso dell’HCQ per il Covid, con una sentenza che ha fatto scalpore non solo in Italia come rivela l’articolo di France Soir di dicembre scorso.

Tutto il clamore sollevato finora, però, non è servito ancora a fare chiarezza. E anche l’ordinanza del Consiglio di Stato rischia di rimanere solo la punta di un iceberg se non emerge quello che c’è dietro: “Le case farmaceutiche e le Agenzie che autorizzano i farmaci hanno messo al bando l’HCQ forse influenzate dagli affari – suggerisce ancora Issues – il costo dell’HCQ, infatti, è bassissimo, il suo brevetto è scaduto e i margini di guadagno per Big Pharma sono inesistenti...” per cui “il costo poco interessante è stato il maggior deterrente nel suo utilizzo”. 

Un’affermazione cinica, ma verosimile se si valutano gli interessi che si scatenano solitamente nelle “emergenze” e che per la pandemia hanno innescato un giro di affari senza precedenti per la ricerca dei vaccini, come racconta anche Report nella puntata del 16 novembre

Tant’è che una sorta di controprova viene dal confronto tra HCQ e Remdesivir: un farmaco simile all’HCQ (stessi effetti antivirali e stessi dubbi sull’efficacia) ma dal costo 100 volte superiore. Euro 6 una confezione di Plaquenil contro 600 euro per un trattamento ospedaliero con Remdesivir il cui uso è stato molto incoraggiato dall’OMS e dal nostro CTS: a inizio ottobre “Il Fatto quotidiano” e la trasmissione “Presa diretta” lo hanno messo al primo posto fra le possibili cure, annunciando che il Governo ne aveva prenotato grandi quantità. In realtà, che il Remdesivir non funzionasse, circolava già sui siti fra medici diversi mesi prima del servizio di novembre di SkyTG24: quando l’OMS ha dovuto riconoscerne pubblicamente l’inefficacia.

E proprio questo crogiolo di interessi economici e politici scatenati da una pandemia globale, rende difficile distinguere nel calderone di dati sparati dai media, quelli fondati da quelli inattendibili finendo per alimentare il dubbio: “E’ possibile valutare con precisione il valore clinico dell’HCQ attraverso la nebbia dell’incertezza, dell’urgenza, degli interessi e della politica…?”

Ebbene, se 8 mesi fa il dubbio rimaneva sospeso, oggi, alla luce dei nuovi eventi, può dirsi fugato. Anche se, per dimostrarlo, bisogna procedere con la cautela di chi avanza nella giungla fra sabbie mobili e piogge torrenziali che fanno perdere le tracce del percorso: un po’, come procedevano i soldati americani nelle foreste del Vietnam. Un paragone scelto non a caso: perchè come le insidie naturali della giungla hanno contribuito ad allungare la durata di quella guerra, così rischia di allungarsi la durata della pandemia per le insidie metodologiche contenute negli studi  che hanno etichettato HCQ “pericolosa” e “inefficace” come quello di Lancet, rivelatosi inattendibile. E fra questi studi “insidiosi” ce ne sono due particolarmente significativi per le loro dimensioni e per l’ autorevolezza che è stata loro attribuita, sia dalla nostra AIFA che dall’OMS: Recoverye Solidarity.

In particolare, il primo, è finanziato da due “corazzate farmaceutico-umanitarie”: dalla Fondazione di Melinda e Bill Gates, e dalla Wellcome Trust “la grande casa farmaceutica fondata nel 1936 da sir Henry Wellcome, poi trasformata in Glaxo e dopo la fusione con SmithKline tornata alla sua denominazione originaria, Wellcome con l’aggiunta di  Trust “biomedicale” “dedito ad opere caritatevoli”. Al progetto Recovery promosso nel Regno Unito collabora anche Mastercard.

Solidarity Clinical Trial for Covid-19 Treatments”, invece, è un conglomerato di molti studi nazionali sui trattamenti per Covid-19 guidato e coordinato proprio dall’OMS: “oltre 3500 pazienti ammessi allo studio…. tramite 400 ospedali che li hanno reclutati attivamente. Complessivamente, oltre 100 paesi hanno aderito o manifestato interesse ad aderire al processo e l’OMS ne sta attivamente sostenendo 60 …”        

Due studi molto critici verso HCQ e che, perciò, ne hanno stroncato l’utilizzo. Due studi a loro volta molto criticati per le insidie metodologiche che contengono nel sostenere la pericolosità e l’inefficacia dell’HCQ, oggi rivelatasi infondate. Purtroppo però, i mesi trascorsi nell’accertare l’infondatezza di queste tesi, insieme ai divieti che, come spada di Damocle, hanno pesato sul farmaco, ne hanno limitato l’uso: che invece, se fosse stato esteso fin dall’inizio, avrebbe potuto cambiare il corso di questa pandemia, come emerge dalle nuove indagini scientifiche e da quelle della magistratura.