Diario ragionato della pandemia - Parte seconda


La carta della fortuna arriva via Facebook

“Mi scuso per l’intrusione, non ci conosciamo, le ho mandato una richiesta di amicizia su Facebook dopo aver letto il suo libro sulla pandemia. Sono un medico di Trieste e insieme ad un collega di Palmanova abbiamo creato a inizio marzo un gruppo WhatsApp per medici della regione sul coronavirus. Siamo quasi un centinaio… la metà o più di noi lavora ancora nel pubblico. Abbiamo da metà marzo iniziato a vederci e scambiarci opinioni anche su “zoom” con vari colleghi esperti sull’argomento nel resto d’Italia. Siamo abbastanza aggiornati su tutto quello che lei ha scritto, ma non siamo giornalisti. Chissà se un domani potremmo avere qualche punto di incontro…” segue la firma e il recapito telefonico.

E’ il 31 agosto quando rispondo: “Sicuramente avrò piacere di avere contatti con voi per uno scambio di opinioni, proprio perchè sto scrivendo la seconda parte del libro, e dopo avere messo in rete la prima, ho contattato altri medici…  ma ho tanti interrogativi insoluti…. Ecco il mio cellulare…”

“Anche lei/tu sei a Trieste? Caso mai ci possiamo prendere un caffè…” aggiunge. Così con lui ed un altro medico ci incontriamo in un bar sul lungomare di Barcola.

E dopo l’incontro, dal loro gruppo WhatsApp, mi arriva la prima chat il 9 settembre in cui si legge: “Ho aggiunto al nostro gruppo Serena Romano, l’autrice del libretto, scaricabile gratuitamente da internet Diario ragionato della pandemia”. Ho avuto la fortuna di poterla conoscere e… la pensa come noi. Giornalista di alto spessore, basta cercare in internet. Sta scrivendo la seconda parte del libro, incentrata da quello che ho capito, sulle terapie, che lei come noi pensa che, se iniziate subito, diano ottimi risultati…. Ma non sono “scientificamente provate” per cui non se ne può parlare, né le si può trovare nelle linee guida a livello istituzionale come il Ministero della Sanità o il CTS…  è con noi per avere ulteriori informazioni, anche se per certi versi ne sa molto …”

Come si dice: quando ti capita un’occasione, o la prendi o la perdi. Io l’ho presa al volo considerandola quasi un colpo di fortuna. Perché entrare da giornalista in un gruppo per soli addetti ai lavori – medici, farmacisti, farmacologi, ecc. –  significa potere attingere direttamente dalla fonte tutta l’acqua che serve. E’ un’opportunità per assistere senza veli e ambiguità, senza gli esibizionismi o le reticenze di chi parla attraverso social e media, a come si comporta veramente un gruppo di medici nell’affrontare il Covid sui propri pazienti: siano estranei, familiari o essi stessi, se capita che uno di loro ne diventi vittima. 
E significa anche scoprire i loro dubbi e come li risolvono. Cioè, come individuano la cura giusta: che non è mai giusta in assoluta, ma lo diventa di volta in volta, caso per caso, adattando le scelte dei farmaci e della dose allo stadio della malattia, alla situazione pregressa del paziente, alla sua storia di individuo anziano o giovane, diabetico, iperteso, cardiopatico o in piena forma. Un modo di procedere che, in pratica, non è altro che l’applicazione della Medicina intesa come professione dell’arte medica, dove tutto dipende non solo dal farmaco e dal rispetto pedissequo di prontuari o linee guida, ma dall’intuizione del medico: dalla sua abilità nel collegare le esperienze già fatte con quella dell’ammalato che si trova davanti; dalla sua capacità di pescare nel serbatoio in cui è contenuto quello che già sa e di confrontarlo con gli altri; dalla sua passione per quello che fa e dalla fiducia che gli riconosce il paziente. Tutti ingredienti terapeutici indispensabili alla guarigione.

In altre parole – come avevo raccontato nel capitolo “Meno male che c’è chi ha disobbedito agli “scienziati” del Governoho la conferma che anche questi sono medici disobbedienti perché hanno deciso di continuare a fare i medici, rimanendo fedeli al giuramento di Ippocrate: come facevano prima del Covid e indipendentemente dal Covid.


Nonostante le Linee Guida del Governo e del CTS, infatti, tentino di dissuaderli dallo svolgere il loro lavoro – raccomandando di non visitare i pazienti a casa e di non somministrare altri farmaci, oltre alla Tachipirina, prima che la malattia si aggravi – questi medici continuano a curarli come prima: cioè, anche a domicilio quando serve; intervenendo con terapie efficaci il prima possibile senza attendere che i pazienti si aggravino; utilizzando i farmaci esistenti in base ai risultati ottenuti e al confronto con altri medici che – in assenza di meeting e congressi – continua in rete, sulle chat o via internet. Così dubbi e indecisioni sulle cure da intraprendere, non diventano scogli insormontabili, nè occasioni per rimanere inerti in attesa di nuove direttive emergenziali dettate dall’alto: al contrario, come un tam tam fra indiani nella foresta, vanno e vengono le chat per scambiarsi pareri, numeri, dosi, terapie, studi e scoperte finalizzate non solo a curare al meglio ma anche a prevenire.


Ciò che caratterizza questo gruppo, infatti, è l’attenzione anche a rimedi semplici – frutto, però, di continui aggiornamenti anche a livello internazionale – per aumentare le probabilità di ammalarsi di Covid in forma lieve o di non ammalarsi affatto. Cioè, sostanze quali la vitamina D, la vitamina C, la lattoferrina, la quercitina, lo zinco e tutti gli altri integratori e vitamine in grado di potenziare le difese immunitarie indebolite dal lockdown e dallo stress psico-fisico cui la popolazione è sottoposta ormai da quasi un anno. E quando un tema o un caso particolarmente complesso lo richiede, si apre un webinar su zoom: ovvero, il confronto su piattaforma on line. Spesso anche di sera, quando, terminato il lavoro con i propri pazienti, comincia la discussione sui risultati ottenuti e i suggerimenti di cura condivisi.


Così la mia appartenenza al gruppo, mi offre l’opportunità di seguirli “in diretta”. Il che, in questo periodo di confusione mediatica in cui di tutto si parla, tranne che di cure possibili – come se Covid fosse una malattia incurabile – mi dà la conferma di ciò che avevo intuito nella prima parte del Diario: cioè, che dal Covid si guarisce se curati subito.  E questo è innanzitutto un grande sollievo. Perché la salvezza è a portata di mano più di quanto emerga dai TG: la possibilità di riaprire cinema, teatri, bar, ristoranti e di vivere – seppur in maniera responsabile – una vita quasi normale, non dipende soltanto dall’arrivo del vaccino, ma anche da quei medici del territorio che hanno già salvato migliaia di persone. E che sono più di quanti immaginassi appena entrata nel gruppo. Perché il loro numero aumenta a mano a mano che scopro le ramificazioni e i contatti con altri gruppi in Italia che la pensano come loro. Che pensano, cioè, che l’unica cosa che non si deve fare con il Covid… è non fare niente ed aspettare che la malattia si aggravi prima di intervenire. Perché allora è troppo tardi.

Scopro così che in tutt’Italia sono migliaia i medici che – in piccoli o grandi gruppi, via social e whats app, postando di continuo articoli scientifici e aggiornamenti sulle cure – stanno salvando in sordina migliaia di pazienti: dimostrando che il Covid diventa una brutta bestia soprattutto se non lo si blocca subito e in tutti i modi. Laddove subito vuol dire nei primi 3 giorni quando possibile, ai primissimi sintomi o quasi senza sintomi, In tutti i modisignifica adottando una combinazione variabile di farmaci già disponibili nelle farmacie e rivelatisi efficaci non solo per la cura ma anche per la prevenzione. Ovvero: da antivirali, immunomodulanti, antibiotici, anticoagulanti, ozonoterapia e altri prodotti utilizzati per curare; alle vitamine e agli integratori per prevenire. Scopo di questo attacco su tre fronti: fare prevenzione per fortificare le difese dell’organismo; intervenire terapeuticamente in maniera decisa per scongiurare i ricoveri; portare nel gruppo le proprie esperienze personali, considerazioni, dati di letteratura per fare casistica.

Una strategia fondata sui 3 capisaldi – fare presto, usare i farmaci in commercio, prevenire per quanto possibile – che sembrava già vincente a marzo scorso: quando le testimonianze raccolte in questo libro giallo erano solo indizi che oggi, invece – aumentati anche di numero – diventano prove. Anzi prove viventi, in carne e ossa, rappresentate dalle migliaia di pazienti guariti dai diversi gruppi di medici collegati.

Come quelli salvati da Luigi Cavanna, l’oncologo di Piacenza – oggi entrato nel gruppo dei Medici del FVG – spuntato nel Diario a marzo, quando era quasi sconosciuto. Poi è divenuto una celebrità per i suoi meriti: riconosciuti, però, più all’estero che in Italia. Già ad aprile, infatti, il dottor Cavanna è diventato famoso in tutto il mondo per le sue cure precoci a domicilio a base di idrossoclorochina, la molecola antivirale meglio conosciuta con il nome di Plaquenil e con l’abbreviazione HCQ. Insieme alla sua equipe ha combattuto il COVID casa per casa e il suo modello di cure a domicilio gli ha fatto guadagnare la copertina del Time, intere pagine su Le Monde e il Sunday Post, nonché reportages nelle tivù spagnola, norvegese e alla CNN (vedi rassegna stampa).

In Italia, al contrario, la sua popolarità nascente è stata addirittura mal tollerata. Quando con la rivista on line “Panorama” è stato fra i protagonisti della raccolta firme avviata per fare reintrodurre l’uso dell’HCQ – negato dall’AIFA (Agenzia del Farmaco italiana) – c’è chi, come Roberto Burioni, ha storto il naso chiedendosi: “Ma in fondo chi è questo Cavanna che difende un farmaco di dubbia efficacia?”. Un’occasione persa, per Burioni, per tacere e non essere smentito (come già accaduto in passato con l’eparina, il plasma iperimmune, ecc.). Un’occasione guadagnata, invece, per chi voleva saperne di più su Cavanna: che ha postato il suo corposo curriculum su Facebook in risposta all’attacco gratuito di Burioni.     

Sono in contatto diretto con Cavanna da quando gli ho mandato il Diario segnalandogli le pagine che lo riguardavano. E da allora seguo l’iter sia delle sue pubblicazioni che preoccupazioni: “Cara Dr.ssa Romano, grazie per tutto ciò che scrive. Le invierò a breve i primi nostri “lavori“ pubblicati su riviste censite… Scrivere una pubblicazione scientifica, continuando a lavorare ogni giorno con i pazienti, non è facile mi creda. Ma abbiamo sufficiente tenacia e cocciutaggine per arrivare a competere, anche positivamente, con chi per dovere d’ufficio persegue solo la pubblicazione e non ha il “peso della cura di chi è malato”… che per me, comunque, è elemento di grande motivazione.  Io riesco ad analizzare i dati e a scrivere nel fine settimana… ma come tutti i “volontari” si  vince alla fine nel confronto con i “mercenari”. Cosa ne dice? Buona serata.  L. Cavanna”.

Così si legge in una mail del 23 giugno che annuncia i risultati di quegli studi che oggi (in parte già pubblicati) dimostrano come con l’idrossiclorochina e altri farmaci usati in maniera precoce, Cavanna e la sua equipe abbiano ottenuto zero morti e zero ricoveri, spesso anche su malati di cancro oltre che di Covid.


E proprio a causa di questi confortanti risultati, Cavanna, in un lungo dialogo telefonico di mezza estate, si dice preoccupato per la brutta piega che sta prendendo la pandemia a causa dei “cattivi consiglieri” del Governo che continuano a negare l’esistenza di cure efficaci come l’HCQ: ”Lei dovrebbe aiutarmi a far capire al grande pubblico una cosa semplice: che cos’è il Covid? E’ innanzitutto una malattia virale che, come tutte le malattie infettive, più è curata precocemente, meno peggiora. Da quando in qua per le malattie virali si apprestano gli ospedali? Si è fuori di testa se si fanno grandi reparti di rianimazione per curare una malattia virale che, come tutte, va curata il più presto possibile, a casa. In questo senso ho puntato fin dall’inizio sull’idrossiclorochina e non sono il solo: lo hanno fatto migliaia di medici in tutto il mondo. Perché a differenza di altri farmaci o terapie, è l’unica che consente ai medici di fare un trattamento semplice e precoce a domicilio, dove con due pastiglie al giorno per una settimana la gente può migliorare e guarire. Punto. Tutte le altre terapie invece – dal Remdesivir, al plasma, agli anticorpi monoclonali – vanno fatte in ospedale, somministrate in vena, monitorate… Se si fanno le rianimazioni per le malattie virali si è perso il barlume della scienza… se impegniamo risorse umane ed economiche per curare una malattia virale in ospedale vuol dire che qualcosa non funziona. È chiaro che le rianimazioni sono necessarie. Ma rispondere a un’infezione virale aumentando i letti in rianimazione o valutando solo le strategie di cura ospedaliera è uno sbaglio colossale. E’ come se ogni autunno, con l’arrivo dell’influenza, pretendessimo di curarla in ospedale aumentando i posti letto! Salterebbe qualsiasi sistema sanitario…. Perciò anche il Covid, come ogni malattia del genere, va curata a casa finchè è possibile: e per questo sono preoccupato per il fatto che da noi AIFA abbia vietato l’uso dell’HCQ. “Mancano le verifiche tramite studi randomizzati che consentano di verificarne l’efficacia” è, infatti, la motivazione addotta dall’AIFA per sconsigliarla. Ma non si è mai sentita una motivazione del genere per un’epidemia! Perché gli studi randomizzati hanno bisogno di anni per dare risposte attendibili. E guardi che per me come oncologo, gli studi randomizzati sono il pane quotidiano: noi oncologi ci muoviamo solo con studi randomizzati. Ma da medico di provincia che lavora in maniera pratica e vede i problemi della gente, le dico che Covid è una situazione di emergenza, è una situazione straordinaria: per cui dare una risposta ordinaria come lo studio randomizzato, a una situazione straordinaria è un errore metodologico che rischiamo di far pagare con la morte di migliaia di persone. E come lei sa io queste cose le ho dette a marzo alla stampa…”

In effetti lo ha detto sin da allora e non è stato l’unico. Anche altri medici che sono intervenuti subito utilizzando l’HCQ o farmaci simili, hanno registrato lo stesso bilancio: zero morti e zero ricoveri in ospedale, sia lavorando da soli che in gruppo.

Come i “Medici in Prima Linea” che ritrovo tramite il gruppo Wapp ma dei quali avevo già parlato nella prima parte del Diario senza conoscerli direttamente. A metà novembre, infatti, un amministratore del gruppo chatta: “Ho aggiunto al nostro gruppo il dottor Andrea Mangiagalli da Milano. Anche lui lavora come noi con il suo gruppo whats app “Medici in Prima Linea”…”

Ma siete proprio quei “Medici in Prima Linea” di cui ho scritto a pagina 21 del mio libro?” chiedo allora via chat sul gruppo.

Sì siamo noi… Non sapevo del tuo libro.. dove lo trovo?”, chatta a sua volta il dottor Mangiagalli che sembra materializzarsi sulla chat come lo spiritello venuto fuori dalla lampada di Aladino. E in effetti, battute a parte, per me partecipare al gruppo è un po’ come disporre di quella lampada magica da utilizzare quando serve: anche perché sulla chat sono memorizzati tutti i numeri di cellulare dei partecipanti che, così, posso contattare per riannodare fili, approfondire storie, porre quesiti, ottenere riscontri scientifici, scoprire nuovi e vecchi legami.

 
“Ora siamo diventati 190 medici presenti in tutte le regioni d’Italia e collegati insieme dalla Sicilia al Friuli. Lavoriamo tutti allo stesso modo scambiandoci dati ed esperienze – mi racconta al telefono Andrea Mangiagalli, quando lo chiamo per saperne di più – Come hai scritto nel libro, il gruppo whats app “Medici in prima linea” l’ho fatto io insieme a Laura Frosali e siamo stati i primi in Italia ad aprire una chat con altri medici per curare il Covid. Inizialmente avevo provato anche su Facebook: ma lì è difficile lavorare senza intrusioni e censure. All’inizio, infatti, ho discusso su un gruppo Facebook di medici il caso di mia moglie ammalatasi di Covid… Ricordo ancora che erano le 9 del mattino della settimana prima di Pasqua e che lei aveva la febbre alta quando, dall’ecografia fatta a casa con un ecografo portatile, si vedeva una massa grossa come un’arancia in uno dei polmoni. Ho postato il tutto su Facebook per discuterne con i colleghi: ma si è scatenato un putiferio. Me ne hanno dette di tutti i colori: che non era covid perchè il polmone colpito era solo uno; che avrei dovuto portarla di corsa in ospedale ed ero pazzo a tenerla a casa e curarla con l’HCQ e gli antibiotici; che se i “grandi” della Medicina mi avessero visto, si sarebbero rivoltati nella tomba….Ho provato a rispondere che accettavo tutte le critiche perché eravamo fra colleghi: anche se qualcuno era andato sopra le righe… Poi ho lasciato perdere per occuparmi di mia moglie: che ho curato ed è guarita senza andare in ospedale! E proprio per questo dopo un mese ho postato su Facebook la sua tac con le aree evidenti della polmonite bilaterale e il suo test sierologico, per chiudere il cerchio e dimostrare che le mie non erano idee balzane: perché mia moglie era guarita grazie all’HCQ somministrata in combinazione con l‘antibiotico Azitromicina. Altro putiferio ancora più violento: perfino Burioni mi ha dileggiato dicendomene di cotte e di crude. Così, siccome non avevo tempo da perdere per battaglie inutili, ho smesso di discutere su Facebook di diagnosi e terapie: anche perchè, appena metti nero su bianco una critica alla Linee generali accreditate, ti oscurano”.

In effetti, anche a un medico toscano entrato nel gruppo Medici FVG, è stato prima oscurato il profilo e poi rimosso un post in cui erano riportati consigli terapeutici non allineati. Anche per questo sono in molti ad averne abbastanza dei comportamenti di Facebook. In questi giorni 48 Stati Americani hanno fatto causa a Facebook  per pratiche antitrust: accusano il social guidato da Mark Zuckerberg di aver fatto terra bruciata di piattaforme per i competitor…”di avere usato la propria posizione dominante e il potere monopolistico per schiacciare i rivali e battere la concorrenza, culminato con l’acquisto di Whats app e Instagram…” Ecco perché anche i medici che finora si scambiavano consigli e terapie su whats app, stanno migrando su altre piattaforme.  

Eppure Facebook è stato fondamentale (e lo è tuttora) per “Medici in Prima Linea” grazie a un avvocato napoletano, Erich Grimaldi, che ha ideato una strategia geniale: creare tramite Facebook una rete autostradale virtuale per permettere ai medici di comunicare meglio fra di loro. Ha creato cioè, il gruppo facebook #terapiadomiciliarecovid19 formato da gruppi di terapia domiciliare di riferimento in ogni regione italiana: mettendo così in contatto non solo il dottor Mangiagalli con Cavanna, ma con tutti gli altri specialisti che in Italia, in Francia, negli Stati Uniti, in Brasile, ecc – lavorano allo stesso modo, sia individualmente che in gruppo.

“Erich Grimaldi ha creato la “rete” grazie alla quale abbiamo iniziato a scambiarci informazioni utili per curare tempestivamente i nostri pazienti – conferma Mangiagalli – Comprese quelle sui materiali adatti per visitarli a casa e su come si indossano e si levano ‘in sicurezza’. Era nata anche l’idea di creare in ogni Comune un ambulatorio in cui, a turno, i medici potessero visitare i pazienti degli uni e degli altri: perchè il paziente in prima fase può tranquillamente andare in un ambulatorio dove c’è solo lui e il medico, si fa visitare e poi torna a casa. Purtroppo questo nostro suggerimento non è stato raccolto dai referenti istituzionali”: i quali ritengono (tuttora) sia meglio lasciare i malati a casa con Tachipirina e i medici “in vigile attesa” in contatto telefonico… Una scelta strategica, come si è visto, sbagliata che per molti è stata fatale, conseguenza di un’inerzia attendista tuttora punto di forza delle Linee Guida governative. Nonostante si sia rivelata fallimentare e mortale per migliaia di persone durante la quarantena. Un’inerzia e un’attesa alimentate dalla speranza di un vaccino salva-tutti che, però, non ha precedenti nella storia della Medicina: non è mai accaduto, infatti, che si ritenesse opportuno affrontare un’epidemia con un vaccino (farmaco che richiede tempi lunghi) anziché con i farmaci già disponibili.

Sta di fatto che dopo essersi conosciuti sulla rete di Facebook, i “Medici in prima linea” hanno continuato via  whats app a veicolare consigli e cure: “Nei giorni terribili, siamo stati raggiunti da pazienti e cittadini da tutt’Italia – aggiunge il dottor Mangiagalli – Una sera, un senatore mi ha chiamato disperato perchè la moglie aveva già perso padre e madre, e cominciava ad avere gli stessi sintomi… e gli ho mandato subito la ricetta con la prescrizione. Così nella prima fase abbiamo trattato con il nostro gruppo circa 300 pazienti, dei quali nessuno è andato in ospedale e nessuno è morto. Questo è un dato certo. Solo una paziente è stata ricoverata per 7 giorni dopo i quali ce l’hanno rimandata a casa, con l’indicazione di proseguire con la terapia ospedaliera … che era la stessa già fatta a domicilio e continuata in ospedale! Oggi non abbiamo neanche più bisogno di visitare il paziente o di aspettare il risultato del tampone per avere la conferma della diagnosi di Covid: a furia di contattarne decine al giorno,  riusciamo ad azzeccarla anche  per telefono perché conosciamo tutti i sintomi, anche quelli più rari, non elencati nelle Linee Guida istituzionali. Così i pazienti possono iniziare la terapia SUBITO che è il dato fondamentale per aumentare le probabilità di guarigione. A volte per aspettare i risultati del tampone  (spesso anche inattendibili) passano 3 o 4 giorni: ma sono troppi, come ci ha insegnato l’esperienza. Al primo sintomo sospetto meglio iniziare subito la cura condivisa – a base di un paio di compresse di HCQ e di Azitromicina – che ci ha consentito di verificare la conclusione della malattia dopo neanche 10 giorni”.     

Oggi in alcune parti della Lombardia la situazione è mutata come chatta una dottoressa sul gruppo wapp Medici FVG: “Il segreto in certi pazienti a rischio è proprio la tempestività delle cure. Qui a Varese lo sanno pure i muri del mio ambulatorio e i pazienti mi fanno giurare solo una cosa: “dottoressa, qualunque cosa accada, mi prometta che non mi manda in ospedale…”

E quest’approccio tempestivo funzionava 10 mesi fa perfino in Valseriana dove a marzo c’è stata un’ecatombe tale che la magistratura ha avviato un’indagine su denuncia dell’associazione di familiari delle vittime “Noi denunceremo”. Un’ecatombe che sembra non avere toccato i pazienti di Riccardo Munda, il medico di base siciliano che da 7 anni vive a Nembro, in Lombardia: dopo avere provato sulla propria pelle il Covid ed esserne uscito, è andato in giro per visitare a casa i pazienti facendosi scudo dell’immunità conquistata curando “in solitaria” quasi 1000 malati senza avere un morto.

L’esperienza del dottor Munda è stata ripresa ampiamente a livello mediatico. Ma io l’ho appresa per la prima volta durante un incontro su piattaforma zoom con i Medici FVG: “Mi hanno chiamato da Torino, Brescia… Mi contattano grazie al passaparola o su Facebook. A marzo ho capito il ruolo decisivo dell’assistenza a domicilio e della tempestività. Mi capita di andare a visitare qualcuno che magari ha chiamato il suo medico, il 118 o la guardia medica e non ha visto arrivare nessuno. Così sono andato apposta anche in Sicilia per curare mia madre…” “Dalla Lombardia alla Sicilia per curare la madre malata di Covid che nessuno voleva visitare”, titolano infatti i giornali dove si legge “Il suo medico di famiglia … si è limitato a prescriverle al telefono la Tachipirina…” 

Ma perché non volevano visitarla o le suggerivano solo Tachipirina?
La risposta a questo interrogativo è la chiave per rispondere a quasi tutti gli interrogativi rimasti sospesi finora. 

Molti medici che non hanno visitato i loro pazienti o hanno prescritto solo Tachipirina, lo hanno fatto seguendo le indicazioni dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), dell’Agenzia Italiana per i Farmaci (AIFA) e degli altri esperti scelti dal Governo e riuniti nel Comitato Tecnico Scientifico (CTS): i quali, per la cura domiciliare del Covid, indicano “vigile attesa” a distanza e “paracetamolo” (cioè, Tachipirina); sconsigliano qualsiasi farmaco per le “forme lievi” prima di un aggravamento che lo giustifichi; hanno vietato l’HCQ e qualsiasi altro rimedio la cui efficacia contro il Covid non sia stata provata da RCT: sigla che sta per Studi Randomizzati e Controllati (RCT dall’inglese Controlled Randomized trial)…”.

I medici che, invece, non hanno seguito queste indicazioni ritenendole sbagliate o dannose per i propri pazienti, hanno percorso un’altra strada terapeutica: quella della cura immediata con i farmaci già in commercio (compresa l’HCQ), agendo in maniera diversa ma lecita in quanto avvalorata dal giuramento di Ippocrate che obbliga il medico ad “agire in scienza e coscienza contrastando ogni indebito condizionamento che limiti la libertà e l’indipendenza della professione”.

Tutto qui? Non proprio. Perché, in realtà, dietro quella che sembra solo una diversa scelta terapeutica, c’è un dilemma terribile di fronte al quale gli esperti del Governo hanno messo l’intera classe medica, spaccandola al suo interno e innescando gravi conseguenze a livello sanitario, economico, politico e sociale.

In Italia, infatti, la decisione dei medici di seguire o meno le indicazioni del CTS, ha reso più netta la “doppia realtà” emersa subito nella prima parte di questo Diario: la “realtà del Covid  indomabile” e la “realtà del Covid domato”.

In particolare, la realtà del Covid indomabile sostenuta dal Governo e dai suoi esperti ha sempre ritenuto che il distanziamento sociale sia l’unica e la migliore strategia possibile contro il virus, in attesa del vaccino che ci riporti alla normalità: e continua a ritenerlo. Tant’è vero che dopo due mesi di lockdown a inizio anno, ha rimesso di nuovo l’Italia in quarantena anche se tinta di giallo, rosso o arancione.

La realtà del Covid domato portata avanti, invece, dai medici che sono riusciti a curare tempestivamente e guarire i propri pazienti dimostra che in attesa della messa a punto dei vaccini, il Covid si può contrastare con i farmaci disponibili invece di aspettare che il malato si aggravi o muoia.

Due realtà contrastanti anche negli obiettivi e nel modo di raggiungerli. Perché nella realtà del Covid indomabile, l’uscita dalla pandemia è lontana, per cui è necessario protrarre lo “stato di emergenza” con i relativi provvedimenti restrittivi: ovvero, la vita sospesa, le città che si svuotano, i negozi che chiudono, le mascherine all’aperto, lo stato di allarme, il coprifuoco e i “positivi al tampone” (con o senza sintomi) in quarantena a casa con Tachipirina o in osservazione in ospedale in attesa dell’evolversi della malattia. Nella realtà del Covid domato, invece, l’uscita dalla pandemia e dallo “stato di emergenza” è vicina e consentirebbe di tornare subito – seppur con cautela – alla vita normale, se si utilizzassero tempestivamente e su larga scala le cure domiciliari e i farmaci già reperibili nelle farmacie per prevenire e curare la popolazione.

Due realtà contrapposte delle quali quest’ultima sembra ragionevole anche sul piano costi/benefici: ragionevole, cioè, a livello sanitario, se si valutano non solo i morti e i malati di Covid, ma anche i decessi per la mancata cura di altre malattie; a livello economico, se si calcolano le enormi risorse messe in campo per le cure ospedaliere del Covid; a livello sociale, se si valutano i danni irreversibili alla società italiana, alla sua tenuta e al suo patrimonio che nessuna contromisura economica finanziata dall’Europa potrà mai compensare.

Ciononostante, la realtà del “Covid indomabile” finora ha continuato a prevalere sulla realtà del “Covid domato”. Come mai? Che cosa soffoca le voci fuori dal coro che chiedono – in attesa del vaccinodi curare subito il Covid con i farmaci già disponibili?  

Come già nella prima parte del Diario, per capire meglio quello che sta accadendo da noi, bisogna estendere lo sguardo al resto del  mondo: perchè dappertutto le due realtà contrastanti del “Covid indomabile” e del Covid domato” sono diventate simili a due schieramenti opposti in guerra. E non solo in senso metaforico. In quest’epoca di pandemia, infatti, l’”emergenza sanitaria” sta prendendo sempre più i contorni di un conflitto bellico: sia per il ricorso a misure quali il coprifuoco, l’esercito, la dissuasione dei comportamenti tramite l’intimidazione; sia perché anche i farmaci utilizzati non sono più solo farmaci, ma sono diventati armi per combattere un’emergenza sanitaria divenuta emergenza politica, economica e sociale. 

In questo senso la storia di un farmaco come l’idrossiclorochina (HCQ) è emblematica per comprendere che cosa si agita dietro il conflitto pandemico: perché rivela quanto l’HCQ sia stata avversata dallo schieramento politico ed economico più forte, che ne ha vietato l’utilizzo per presunta pericolosità attraverso organismi come l’OMS nel mondo, e l’AIFA in Italia; e quanto, invece, sia stata difesa dallo schieramento apparentemente più debole formato dai medici che l’hanno utilizzata con successo e che, proprio per questo, sono ricorsi anche alla raccolta firme e alla magistratura (che ha dato loro ragione) per abolirne il divieto emesso da AIFA.

Uno schieramento definito apparentemente più debole non a caso: perchè fin dall’inizio della pandemia, lo schieramento dei medici decisi a non abdicare al proprio ruolo, è stato considerato marginale dal Governo e dal CTS, anche se rappresenta la realtà che più dovrebbe contare in un’epidemia. Ovvero, la “realtà clinica” descritta da chi cura direttamente i pazienti, ma che in questa emergenza pandemica, invece, è stata la meno ascoltata rispetto ad altre categorie di esperti (virologi, epidemiologi, microbiologi, ecc.). Nonostante i medici siano gli unici addetti ai lavori in grado di impedire che chi viene contagiato si aggravi al punto da intasare gli ospedali o finirci quando è ormai troppo tardi. 

Perciò per capire meglio quello che sta accadendo in Italia può essere d’aiuto allargare lo sguardo al resto del mondo. Magari prendendo spunto proprio dalla vicenda di cui è stata protagonista l’HCQ – rimasta sospesa alla fine della 1° parte del Diario – come una sorta di ponte Morandi affacciato sul vuoto. E va ripresa non solo per riallacciare il filo del racconto spezzato a maggio, ma anche per costruire un ponte metodologicamente stabile sul quale far viaggiare le informazioni e gli avvenimenti pandemici raccolti negli ultimi 8 mesi.