Diario ragionato della pandemia - Parte seconda


A che serve il racconto di altre “emergenze”?

Rileggere o ricordare le esperienze passate, in genere serve a capire meglio il presente. E forse questo vale anche per l’emergenza pandemica che stiamo vivendo: che per quanto sia un fenomeno sanitario, è inevitabilmente anche un fenomeno socio-politico. Nessuno nega, infatti, l’importanza di quello che sta accadendo per la salute pubblica: ma senza coglierne anche le implicazioni sociali, politiche ed economiche, se resta isolata e sospesa nel tempo, quest’emergenza diventa incomprensibile. Viceversa, il raffronto con altre emergenze serve a comprendere, per esempio, che i pareri discordanti degli esperti non sono solo un evento eccezionale legato all’eccezionalità di un virus sconosciuto, ma sono anche “meccanismi” che sistematicamente si attivano in occasione di ogni emergenza provocando sconcerto, confusione, disorientamento e, di conseguenza, paura nell’opinione pubblica. Ieri come oggi.

A questo, del resto, serve l’insegnamento della Storia: ad acquisire consapevolezza di quanto accade nel presente, impedendo per esempio – a chi ne ha l’interesse – di sfruttare la paura disinnescando la Ragione che, invece, proprio nei momenti più drammatici, è l’unica, vera, autonoma, valvola di sicurezza che ha l’essere umano per orientarsi nel caos.

Non a caso, questo report si chiama “Diario ragionato della pandemia”: nella speranza che con la ragione e il senso critico ognuno autonomamente possa riprendere il filo di questa “storia pandemica” continuamente spezzato da informazioni contrastanti che aumentano il panico e diminuiscono la lucidità.

Ma c’è anche un altro motivo per cui ho ricordato le emergenze vissute. E’ difficile, infatti, che in una situazione emergenziale o di crisi, la verità venga fuori mentre la si vive. Più spesso emerge con chiarezza, solo dopo, quando non è più “attualità” ed è divenuta “passato”. Ma se non c’è qualcuno che raccoglie le testimonianze mentre la realtà è in fieri, se ne perdono le tracce e non sarà più possibile rileggerla a posteriori. E invece ricostruirla è fondamentale, soprattutto se ci sono state delle vittime: non solo per individuare eventuali colpe (compito della magistratura), ma soprattutto perché fornendo informazioni corrette (compito del giornalista) è forse possibile evitare di commettere gli stessi errori e di fare nuove vittime. Per questi motivi ho sempre cercato di dare voce ai testimoni inascoltati e spazio alle loro tesi.

L’ho fatto in passato, e lo sto facendo anche oggi, nella speranza che accada quello che si augura Salvatore Settis nella mail che mi ha inviato il 18 giugno dopo avere letto la prima parte di questo Diario: “Grazie di avermi dato la possibilità di leggere il Suo libro, davvero denso di moltissimi dati e fatti inquietanti anche per chi, come me, non ha le nozioni scientifiche che permettano di giudicare con sicurezza. Ma spero che tanta documentazione così chiaramente esposta possa contribuire a dare una svolta positiva alla discussione e soprattutto alle contromisure serie da prendersi. Complimenti per il Suo lavoro e un caro saluto. Salvatore Settis”.

Non so se l’augurio di Settis sulla “discussione positiva” per avviare “contromisure serie”, verrà esaudito. E se ci sarò ancora quando questo accadrà: a volte ci vogliono anni per capire come possano essersi prodotte emergenze “piccole” (come quelle raccontate) o “grandi” (come guerre, nascita di regimi autoritari, crisi economiche e pandemie). Ciò che conta nell’immediato, però, è capire che questa emergenza pandemica ha solo dimensioni maggiori – mondiali – rispetto a quelle appena ricordate, ma per molti aspetti è come le altre: è una storia che si ripete…