Diario ragionato della pandemia - Parte seconda


L’emergenza colera e i depuratori “inquinanti”

Tutte le “storie emergenziali” in cui mi sono imbattuta da giornalista hanno avuto un punto in comune: gruppi di interessi particolari –  spesso con l’appoggio della politica – sono riusciti a sfruttarle, manipolando la paura, aggirando le leggi ordinarie e utilizzando le procedure di “somma urgenza” per raggiungere obiettivi estranei all’interesse pubblico. Per realizzare opere apparentemente utili, ma di fatto sbagliate, costose o addirittura dannose, come il mega progetto di impianti di depurazione ideato dalla ex Cassa per il Mezzogiorno per disinquinare il golfo di Napoli e le coste campane.

Decollato sulla spinta dell’ “emergenza colera” negli anni Settanta, il progetto di maxi depuratori – dall’impianto di Cuma a quello dei Regi Lagni – è stato la causa dell’irreversibile degrado del mare e del territorio dei Campi Flegrei: terra del mito descritta da Virgilio a Goethe, una delle aree più preziose al mondo dal punto di vista archeologico, culturale e paesaggistico. Appaltati sulla spinta dell’urgenza e pubblicizzati come il “più grande progetto depurativo d’Europa”, in realtà già dalle carte progettuali si profilavano “Cattedrali di cemento per liquami” che non avrebbero diminuito, ma aumentato l’inquinamento marino: come denunciai nell’85 con diverse inchieste sul Mattino di Napoli (di cui ero dipendente) e su altre testate per le quali collaboravo (come “Scienza Duemila” allora diretta dal sociologo Mimmo De Masio riviste internazionali del settore come “Phoenix International”). E gli articoli furono ripresi da giornalisti in Italia e all’estero, spiegando all’opinione pubblica ciò che tutti gli addetti ai lavori già sapevano.

Cioè, che un impianto di depurazione non è una scatola magica dove entra l’acqua sporca ed esce quella depurata. Perché il depuratore si limita a separare gli inquinanti dalla massa liquida. Così, alla fine del processo di depurazione da un lato uscirà acqua più o meno depurata, ma dall’altra il concentrato di inquinanti in forma di “fanghi”: ancora più tossici e pericolosi dei liquami da trattare, se non vengono a loro volta, smaltiti in maniera adeguata, come riportava la “Bibbia” degli ingegneri sanitari (il manuale di Ingegneria Sanitaria di Imhoff e Koch): “Costruire un impianto di depurazione senza prima progettare come smaltire i fanghi residui, NON HA SENSO”. Ebbene quegli impianti decollati sotto la spinta dell’”emergenza colera” erano privi della soluzione finale: quindi, SENZA SENSO oltre a quello di fare arricchire le grandi imprese aggiudicatarie dell’appalto.

Ma c’è di peggio: per aumentare il business, furono fatte scelte progettuali sbagliate che hanno reso insostenibili i costi di gestione provocando un vero e proprio disastro ambientale. Fu deciso, per esempio, di pompare tutte le acque reflue di Napoli e dintorni (aree fra le più densamente abitate d’Europa) fino al depuratore di Cuma nei Campi Flegrei: ma spingere questa massa di acqua (con relative centrali di sollevamento e pompaggio) per chilometri, ha reso vertiginosi i costi di gestione a cominciare dalla bolletta elettrica. Sono stati costruiti, inoltre, canali sovradimensionati per lucrare sul cemento: con la conseguenza che anziché scorrere nei canali, i liquami si depositavano sul fondo, ristagnando e avviando un processo di putrefazione che poi li rendeva difficilmente “trattabili” quando arrivavano nei depuratori. Infine, sempre per aumentare i profitti, i depuratori furono progettati prevedendo di mischiare le acque urbane (che necessitano di una depurazione blanda) con quelle delle aree industriali, trattandole tutte allo stesso modo: cioè facendo per tutti i liquami quella depurazione spinta prevista solo per le acque industriali. La conseguenza di questa follìa progettuale fu che sia i costi di gestione, sia quelli dovuti agli “errori” del progetto, salirono talmente alle stelle da diventare insostenibili e gli sbagli irrimediabili. Ma l’aspetto più grave è che queste scelte sbagliate furono prese consapevolmente: nella pubblicazione del “Progetto Speciale n.3” (così denominato dalla ex Cassa per il Mezzogiorno) era scritto che per costruire impianti ottimali, vanno fatti studi di fattibilità tecnica ed economica (fra cui smaltimento dei fanghi, analisi dei costi di manutenzione, ecc.) senza i quali il progetto rischia di essere vanificato. Ma ecco che a metà della pubblicazione, questa impostazione esemplare da libro dei sogni diventa libro degli incubi. In due righe, con una ardita giravolta a 360 gradi, si dichiara: “Questi studi sarebbero necessari… ma a causa dell’emergenza colera – virus che si diffonde anche con le acque di fogna – è urgente appaltare subito e iniziare a costruire i depuratori, rimandandone in corso d’opera gli studi di fattibilità, compresi quelli sullo smaltimento dei fanghi residui” (sic!) Questo il succo. 

Così, sfruttando le procedure straordinarie dell’emergenza, fu avviato come “primo intervento di somma urgenza” un Progetto dal costo iniziale di 4 miliardi di lire degli anni ‘70 lievitati in maniera esponenziale, che ha foraggiato per anni le maggiori imprese di costruzioni d’Italia. Un vero imbroglio come fu denunciato all’epoca da intellettuali, scienziati, tecnici, oceanografi che facevano capo a centri di Cultura quali l’Accademia dei Lincei, l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici o le Assise di Palazzo Marigliano in Napoli.
I quali nel dimostrare che non poteva definirsi “primo intervento urgente” un progetto di quelle dimensioni, rivelarono che un intervento economico, efficace e veloce da realizzare, esisteva: erano le condotte sottomarine da piazzare lungo la costa (come già a Trieste o a Montecarlo) per allontanare dalle rive i “colifecali” contenuti nelle acque di fogna urbane (veicoli del colera) consentendo al potere di autodepurazione del mare nelle acque profonde di renderli inoffensivi. Una soluzione come “primo intervento” contro il colera, che non pregiudicava le scelte future perché le condotte sono previste a valle dei depuratori: perciò, si potevano installare subito, in attesa della costruzione più ponderata dei depuratori ai quali collegarle in seguito. Un ragionamento scientificamente inattaccabile. Ma nella querelle mediatica fra “esperti”, sugli “animi nobili” che avevano a cuore il futuro dell’ambiente e dei suoi abitanti, prevalsero gli “animi ignobili”.
I quali, per aggiudicarsi l’appalto, sfruttarono le procedure di somma urgenza e la legge sulla depurazione delle acque allora in discussione in Parlamento: infine approvata benchè tecnicamente sbagliata, contraria ai criteri del bilancio costi/benefici delle opere pubbliche e causa delle centinaia di depuratori costruiti e oggi abbandonati. Risultato: spiagge bianche come quella di Licola dove facevo i bagni da bambina, sono state invase da “vermi topo”; il mare cristallino è diventato impraticabile per la quantità abnorme di alghe, frutto del processo di eutrofizzazione innescato dai fanghi tossici, spesso gettati nottetempo in mare; la puzza dei liquami e dei fanghi in putrefazione diffusa per decine di chilometri, hanno trasformato quel Paradiso in terra, in uno scenario infernale con la gente sigillata in casa per il tanfo insopportabile.

Ma non è tutto. Perché quell’emergenza è servita non solo per lucrare sulle cattedrali di liquami, ma per infliggere il primo, duro colpo ad un territorio fino allora protetto da ferrei vincoli ambientali, paesaggistici, culturali e archeologici: trasformandolo, da luogo unico al mondo e patrimonio dell’umanità, al set ideale per un film come “Gomorra”.