Diario ragionato della pandemia - Parte seconda


Come cavalli legati alla sedia

Sembra evidente che sottovalutare la “realtà clinica” di cure precoci possibili, ma allo stesso tempo negare le libertà costituzionali con restrizioni incomprensibili in nome del diritto alla Salute, è diventato un paradosso insostenibile.

Anche perché i veti emessi appaiono sempre più irragionevoli e infondati, al punto da  tenerci  “come cavalli legati a una sedia” come commentò qualche giorno prima di Natale la commessa di un bar di Trieste dove ero entrata, alle 11,10 per prendere un caffè al banco: “Troppo tardi signora  – mi fa desolata – Fino alle 11 poteva prenderlo qui in piedi. Ma dopo le 11 deve prenderlo seduta al tavolino o fuori dal locale, in un bicchiere di carta…. ma non troppo vicino al bar, mi raccomando, sennò ci fanno la multa perché ‘nei pressi dell’esercizio commerciale’ è vietato’…” Poi, mi guarda diritto negli occhi e scuotendo le spalle, aggiunge: “Che devo dirle… non capisco qual è il senso di tutto questo. Mi sembra che siamo come cavalli legati a una sedia ai quali basterebbe fare un passo per buttare la sedia per aria. Ma nessuno lo fa… ”

In realtà qualcuno ha deciso di disobbedire. Fra questi, l’avvocato Antonio De Notaristefani, che ha espresso la posizione dell’Unione Nazionale Camere Civili di cui è presidente, in una lettera aperta datata 7 gennaio dal titolo “Disobbedisco”:

“Durante il lockdown, mi sono guardato bene dal dire la mia sulla legittimità dei provvedimenti che limitavano la libertà personale. Si esprimevano giuristi insigni, Presidenti emeriti della Corte costituzionale e bisognava mantenere il senso delle proporzioni, e del ridicolo: meglio tacere –  esordisce il presidente dell’Unione degli avvocati civilisti italiani – Un’idea però me l’ero fatta, ricordandomi della nozione “fonti  fatto” (che si verifica quando comportamenti omogenei tenuti da una moltitudine di individui, diventano essi stessi fonte del diritto ndr): come accade per la rivoluzione riuscita o il colpo di stato coronato dal successo, se qualcuno impone un divieto ed un intero popolo lo esegue. Il divieto, anche se non lo era, diventa legittimo. Perché la sovranità appartiene al popolo.  Abbiamo obbedito, io credo, perché in fondo abbiamo percepito tutti che quei provvedimenti erano un gesto di responsabilità ed andavano rispettati per questo, non per la legalità formale del procedimento seguito per adottarli.
Ma oggi, con un vecchio Presidente della Repubblica, definirei lunare la disciplina: abbiamo divieti diversi per ogni giorno della settimana o quasi. Divieti che per di più, come in un caleidoscopio, cambiano in continuazione secondo criteri che, almeno per me, restano imperscrutabili quanto il Fato. Possibile che, prima di uscire ogni mattina, io debba controllare quel giorno che cosa si può fare e cosa no? Possibile che chi lavora ed ha famiglia debba vivere alla giornata e non possa programmare impegni e spostamenti con un anticipo ragionevole? Possibile che chi ha figli in età scolare debba sapere soltanto alla Befana che non è vero che il giorno successivo torneranno a scuola? Non è possibile, condividere regole che sembrano dettate dalla schizofrenia, piuttosto che da un ragionevole bilanciamento dei valori in gioco. Per questo, continuerò ad adottare tutte le precauzioni necessarie, ma ho deciso di disobbedire: troppe imposizioni assurde generano un sopruso, non un regolamento. E bisogna che chi detta le regole – si tratti di quelle che disciplinano il processo o le nostre libertà personali – si metta nei panni di quei cittadini che poi devono rispettarle”.

Già a marzo scorso molti medici hanno disobbedito a regole irragionevoli: così hanno salvato vite umane e a distanza di quasi un anno è stato dimostrato che avevano ragione. Ma nel frattempo sono state emesse nuove regole spesso prive di ragionevolezza, che stanno mettendo a rischio la salute psico-fisica degli italiani.  

Come siamo arrivati a tutto questo? La risposta si può trovare forse ricostruendo mese per mese il percorso che non ci fa uscire dalle sabbie mobili dell’attuale “stato di emergenza”. Divieto dopo divieto, abbiamo perso la capacità di ragionare e, se necessario, di disobbedire: annichiliti dalla paura che spinge molti a girare pure all’aperto con il volto mascherato, anche da soli in bicicletta o a spasso con il cane. Così, veto dopo veto, la paura del virus incurabile ci sta spingendo a rifiutare gli altri senza più considerarli per quello che sono – esseri umani, persone, amici  – ma solo sospetti “infetti” dai quali stare alla larga perché “colpevoli” – soprattutto se giovani – della tragedia che stiamo vivendo. Il nostro prossimo, insomma, sta diventando in una sorta di transfer di massa alimentato dalla paura, il capro espiatorio.  

Ha scritto una mia amica d’infanzia sul suo profilo Facebook: “Quello che più mi disturba e mi preoccupa è questo continuo accusare e attaccare i ragazzi: non provare alcuna solidarietà per i disagi che stanno vivendo. Mio padre morto da poco, a 89 anni, era totalmente solidale con loro, e mi diceva: “Nemmeno sotto le bombe abbiamo vissuto così isolati e per così tanto tempo. Il vederci, incontrarci, forse anche innamorarci nei ricoveri, ci ha fatto superare la tragedia della guerra“. Evidentemente la vecchiaia non è determinata dall’età ….. si diventa  vecchi quando si perde l’intelligenza emotiva.”

Dov’è finita quest’intelligenza di cui tanto sembravano dotati gli italiani? E’ stata anch’essa fagocitata dal virus? Ripercorrere il tragitto della ”seconda emergenza” da giugno a dicembre, forse può aiutare a ritrovarla scoprendo dove è stata persa.

Perciò il Diario continua…