Diario ragionato della pandemia - Parte prima



APRILE
Per fortuna c’è chi ha disobbedito agli “scienziati” del Governo


“Medici partigiani” che combattono una Resistenza armata… di cure: questa è la sensazione che si ha leggendo le storie dei medici in prima linea sul territorio raccontate anche in un ampio servizio da Panorama (del 24 aprile): “Un centinaio di medici di famiglia lombardi ha deciso che non poteva rimanere a guardare i pazienti «cuocere» a casa con la febbre ed è passato all’azione, elaborando un protocollo d’intervento… Così nessun paziente è finito in terapia intensiva e un 89enne, Paolo Bertieri, ha superato il coronavirus senza bisogno dell’ospedale”. Questo il succo del servizio che anticipa il racconto che segue: “Si tratta di medici che hanno deciso di intervenire, “in controtendenza con quanto veniva loro indicato

Le indicazioni ufficiali, infatti, suggerivano di somministrare ai malati solo tachipirina, monitorando la saturazione di ossigeno nel sangue, in attesa di un eventuale aggravamento. Altamente sconsigliato «il fai da te» sul territorio, come ha sostenuto anche recentemente in un’intervista televisiva il professor Massimo Galli dell’ospedale Sacco di Milano. … E invece, in mancanza di un piano d’emergenza e di una filiera di comando”, dopo aver visto tanti pazienti aggravarsi e morire i 100 medici lombardi “hanno detto basta”.  

“E il 27 febbraio hanno aperto una chat dal nome “Medici in prima linea” attraverso la quale condividere informazioni scientifiche, esperienze cliniche e mettere a punto un protocollo d’intervento condiviso. «In sostanza, la terapia consiste in un antimalarico, la idrossiclorochina, associato a eparina a basso peso molecolare per prevenire quell’evoluzione tromboembolica che ormai si sta evidenziando come uno degli aspetti più preoccupanti nella progressione della malattia. Il tutto associato a un antibiotico di copertura», spiega il dottor Giovanni Moretti, 42 anni di esperienza come medico di base a Pioltello. Alcuni di questi medici, in mancanza di dispositivi di protezione si sono ammalati; altri si sono arrangiati con mascherine comprate nei ferramenta, altri ancora sono andati a portare a casa dei pazienti il saturimetro….” lavorando anche 18 ore al giorno, ma incoraggiati dai risultati.

E aggiunge il dottor Andrea Mangiagalli: Il risultato è che tutti i pazienti da me trattati con questo schema precocemente (e anche quelli dei miei colleghi) non hanno avuto bisogno di ricovero ospedaliero… “Ci siamo lanciati senza paracadute. Non avremmo potuto prescrivere l’idrossiclorochina ai nostri pazienti… perchè l’Aifa aveva emanato una direttiva sconsigliandone l’utilizzo per il Covid(l’idrossiclorochina, identificata anche con la sigla HCQ, è un farmaco usato in genere per la malaria e le malattie reumatologiche ndr). Però far morire la gente senza tentare nulla era contro il nostro codice deontologico – continua il dottor Mangiagalli – In pratica, se non si interviene per tempo i polmoni, che normalmente sono come un spugna, diventano di cartone. E se si interviene tardi, magari si salva il paziente ma a prezzo di un danno polmonare irreversibile… Ci siamo resi conto che il Covid è una malattia sistemica ad alta letalità e pericolosissima se non trattata nei primissimi giorni. E non avendo fuori dall’ospedale altri farmaci con possibile attività antivirale, abbiamo pensato che nell’emergenza l’idrossiclorochina fosse la miglior strada percorribile: a un costo fra l’altro molto sostenibile”.

Dai dati raccolti, insomma, i Medici in prima linea confermano: “La bontà di un farmaco già riscontrata da altri medici, che insieme al trattamento precoce a casa con l’isolamento dei moltissimi casi sospetti (ai quali tuttora non riusciamo a far fare i tamponi) ci pare la risposta giusta al disastro cui ha portato la visione “ospedalocentrica” che si è affermata in Lombardia. L’importante è che i medici di famiglia si siano messi in gioco per fare la loro parte, in mancanza di qualsiasi attenzione verso il territorio da parte di chi voleva gestire la sanità pubblica. Il tempo sarà galantuomo e dirà chi ha ragione… Tale esperienza è stata sintetizzata in una lettera, con un decalogo di proposte per evitare, alla riapertura, gli errori fatti, inviata agli organi competenti”…  conclude Mangiagalli.

Insomma, l’evidenza dei risultati ottenuti grazie alla ricetta “tampone + diagnosi + cura” è così confortante che la sostengono anche i “100.000 medici” di diverse specialità, territoriali e ospedalieri riuniti in un gruppo social.

I quali scrivono una lettera aperta al ministro della Salute, Roberto Speranza, ai governatori di tutte le Regioni, al presidente della Fnomceo (Federazione nazionale Ordini dei medici chirurghi e odontoiatri) e ai presidenti federali degli Ordini dei medici regionali (ripresa il 18/04 dall’Adnkronos): “Siamo giunti alla conclusione – scrivono i camici bianchi che si firmano Medici Italiani gruppo Covid 19 – che il trattamento precoce può fermare il decorso dell’infezione verso la malattia conclamata e quindi arginare, fino a sconfiggere, l’epidemia. Il riconoscimento dei primi sintomi… è di pura pertinenza clinica e pertanto chiediamo di mettere a frutto le nostre esperienze cliniche, senza ostacoli burocratici nel prescrivere farmaci, tamponi, radiografie, tac, ecografia polmonare anche a domicilio, tutte cose che vanno a supportare la clinica, ma che non la sostituiscono”. Dopo “quasi 2 mesi” di confronto e scambio di informazioni … “siamo giunti alle stesse conclusioni: i pazienti vanno trattati il più presto possibile sul territorio, prima che si instauri la malattia vera e propria, che quasi sempre porta il paziente in Rianimazione. “Lo chiediamo – precisano gli autori della missiva – indipendentemente da schieramenti politici e sindacali. Lo chiediamo come medici che desiderano svolgere il proprio ruolo al meglio, dando un contributo alla collettività nell’interesse di tutti… affinché gli sforzi fatti finora col distanziamento sociale non vadano perduti con una seconda ondata di ricoveri per i troppi pazienti tenuti in casa per 10-15 giorni, ma mai visitati e ancora in attesa di tamponi”.

Un appello al Governo per… fare il proprio mestiere!? Ma perché in piena emergenza pandemica, migliaia di medici italiani debbono ricorrere a una lettera aperta a chi governa per chiedere di salvare vite umane con le conoscenze mediche acquisite? Perché in un paese democratico, per essere ascoltati dal Governo, migliaia di camici bianchi, per dare più forza al proprio appello, sentono necessario precisare di essere “indipendenti da schieramenti politici e sindacali”? Mica siamo in un regime.  O forse sì e non ce ne siamo accorti?

Un appello che, letto accanto agli altri SOS lanciati dai medici italiani, evidenzia la lentezza del Governo e del suo Comitato Scientifico nel raccoglierlo. Una lentezza che sembra diventare sordità quando a questi SOS partiti a marzo – in piena quarantena e pandemìa – se ne aggiungono altri ad aprile: che aggiungono nuove evidenze cliniche e nuovi farmaci in grado ormai di ridurre al minimo il rischio di finire in rianimazione. Sempre a patto, però, che si intervenga tempestivamente.

Su la GazzettadelMezzogiorno.it (12 aprile)un gruppo di “specialisti in continuo contatto con medici italiani di Milano, Brescia, Pavia, Bergamo, Napoli, Palermo sottolinea che: ”«L’eparina è efficace… Non è un farmaco nuovo ma un conosciuto anticoagulante dal costo irrisorio e previene la formazione di coaguli sanguigni anomali”. La scoperta deriva dalle autopsie che evidenziano ciò che Burgio e altri avevano messo in luce fin dall’inizio: cioè, che «Il problema principale non è il virus, ma la reazione immunitaria che distrugge le cellule dove il virus entra”. L’indicazione, dunque, è quella intuita fin dall’inizio: reperire tra i farmaci in commercio quelli utilizzabili per bloccare il prima possibile la violenta reazione del sistema immunitario contro il virus.

E così avviene anche la nuova scoperta: “Il problema è cardiovascolare, non respiratorio. La gente va in rianimazione per trombo embolia venosa generalizzata…. Molti morti, anche quarantenni avevano una storia di febbre alta per 10-15 giorni non curata adeguatamente. Perciò il cocktail per sconfiggere il virus è costituito da anti-infiammatori e anti-coagulanti come l’eparina. La nostra è la più ampia casistica mondiale, poiché i cinesi hanno pubblicato praticamente quasi nessun report sulle autopsie. Crediamo di aver individuato la causa della letalità del Coronavirus. Se così fosse, non servono le rianimazioni e le intubazioni perché innanzitutto devi sciogliere, anzi prevenire, queste trombo embolie. Serve a poco ventilare un polmone dove il sangue non arriva”. Questo gruppo di medici, però, inizialmente preferisce rimanere anonimo e alla fine dell’articolo si intuisce il perché: “Le terapie a base di eparina sono in corso già prima del via libera dell’AIFA, l’Agenzia italiana del farmaco”

Ma in realtà il motivo è anche un altro: e lo rivelerà all’inizio di maggio uno scoop di Affaritaliani dal titolo “Coronavirus, le autopsie non vanno fatte. Ordine del Ministero della Salute”. Come rivela, infatti, il quotidiano on line: “la svolta nella lotta al Coronavirus è arrivata quando qualche medico ospedaliero fuori dal coro si è preso la briga di fare le autopsie sui cadaveri dei pazienti deceduti durante la pandemia, grazie alle quali si è scoperto che il primo effetto del Covid 19 è… la formazione di grumi nel sangue… Abbiamo così capito che i trattamenti fin lì seguiti negli ospedali, basati sulla ventilazione meccanica nelle terapie intensive, erano controindicati. Si può dunque dedurre… che fino alla scoperta rivelatrice fatta dopo l’effettuazione di alcune autopsie, le complicanze da Covid sono state in larga misura prodotte da errate diagnosi e conseguente inadeguata terapia. Bastava dunque fare da subito l’autopsia ai primi deceduti da Covid per evitare percorsi sbagliati e controproducenti ed avviare cure semplici, effettuabili anche a domicilio… Ma perché in Italia non sono state fatte sin dall’inizio le autopsie privando così gli esperti di elementi conoscitivi fondamentali? Perché così è stato disposto dal Ministero della Salute”.

E l’articolo riporta il link con la circolare del Ministero firmata dal segretario generale della Prevenzione Sanitaria, Giuseppe Ruocco e inviata a tutti i destinatari competenti: dalla Protezione Civile, all’associazione dei Comuni, dagli ordini dei medici, degli infermieri e dei farmacisti, alle Regioni. Come specifica ancora Affaritaliani “Si tratta di un aggiornamento di inizio maggio di norme varate dallo stesso ufficio sin dal 22 febbraio e ribadite il 17 e il 29 marzo” che recitano “per l’intero periodo della fase emergenziale non si dovrebbe procedere all’esecuzione di autopsie o riscontri diagnostici nei casi conclamati Covid 19, sia se deceduti in un reparto ospedaliero sia presso il proprio domicilio”.

E al punto 2, con riferimento a un eventuale interesse e intervento della magistratura si prescrive ”L’autorità giudiziaria potrà valutare, nella propria autonomia, la possibilità di limitare l’accertamento alla sola ispezione esterna del cadavere in tutti i casi in cui l’autopsia non sia strettamente necessaria. Analogamente le Direzioni sanitarie di ciascuna regione daranno indicazioni finalizzate a limitare l’esecuzione dei riscontri diagnostici ai soli casi volti alla diagnosi di causa del decesso, limitando allo stretto necessario quelli da eseguire per motivi di studio e approfondimento”.

Ancora una volta, dunque, l’opportunità di salvare migliaia di contagiati viene da medici che hanno disobbedito a suggerimenti, direttive, indirizzi caduti dall’alto ritenendoli infondati o inopportuni. Da sempre, infatti, i cadaveri parlano a coloro che li sanno studiare: cioè ad anatomopatologi e medici legali. I quali sanno anche come operare nella massima sicurezza evitando contagi ed infezioni: anche per questo, dunque, se questa circolare aveva lo scopo di preservare il personale da eventuali contagi, è una circolare inadeguata. Di questa vicenda Affaritaliani.it farà il suo cavallo di battaglia per dimostrare come autopsie diffuse e precoci avrebbero potuto modificare le conseguenze catastrofiche di questa pandemia: ma rimane una voce isolata. Anche se poi i fatti danno ragione ai medici che hanno applicato le terapie suggerite proprio dalle autopsie.

Il 10 aprile su La Nazione, infatti, ilprofessor Mascitelli responsabile del centro flebologico di Villa Tirrena di Livorno, conferma apertamente: “La cura sperimentale con l’eparina è utile già ai primi sintomi”, fornendo chiari indizi sulle cause improvvise che hanno scatenato il dramma dei decessi in molti ospedali d’Italia”. E parla di un protocollo già redatto da medici basato su “anti-infiammatori ed eparina, il noto e comunissimo anti-coagulante” per prevenire i trombi”.

La notizia si sparge e il SECOLO XIX il 23 aprile titola: “Lo studio del cardiochirurgo Spagnolo: È l’embolia la causa di morte. La ricerca ignorata in Italia ma pubblicata negli Usa”.  L’articolo prosegue raccontando come il cardiochirurgo Spagnolo – già responsabile della cardiochirurgia del Policlinico San Martino di Genova e della cardiochirurgia del Policlinico di Monza e ora corresponsabile di cardiochirurgia in Iclas (ex Villa Azzurra) a Rapallo – sia riuscito a individuare “la presenza di piccoli trombi non solo nei vasi polmonari ma anche in altri organi come il cervello, il cuore, il fegato ed i reni: “Spagnolo ha un curriculum ricchissimo: più di 35 mila interventi di cardiochirurgia…

E proprio dallo studio delle prime vittime a Codogno è partito… poi dagli studi autoptici eseguiti altrove… che hanno descritto “dilatazione e presenza di piccoli trombi non solo nei vasi polmonari ma anche in altri organi ». Così a marzo ha puntato sull’eparina … ma – questo il punto chiave – i medici di famiglia dovrebbero darla già in fase iniziale se l’assistito non migliora, per contrastare la formazione dei coaguli prima che il virus alteri i fattori della coagulazione». Spagnolo avanza le sue ipotesi in Italia, a vari enti. Resta inascoltato. Manda lo studio in America: dopo tre giorni, il suo lavoro viene pubblicato su “Journal of Cardiology Research Reviews & Reports”.

Ma l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) – uno degli organismi istituzionali più rappresentativi del nostro “Comitato Scientifico” – sembra più preoccupata del rispetto delle procedure, che dei risultati confortanti. In una nota ripresa dai media, infatti, chiede: “… si verifichi la sicurezza e l’efficacia dell’eparina nella cura di Covid 19. Poiché l’uso terapeutico delle eparine a basso peso molecolare sta entrando nella pratica clinica sulla base di evidenze incomplete e con importanti incertezze anche in merito alla sicurezza, si sottolinea l’urgente necessità di studi randomizzati che ne valutino efficacia clinica e sicurezza”.

“La sicurezza? … l’eparina non è un tossico, i medici che non la sapessero usare correttamente (come farmaco esiste dal 1916) dovrebbero cambiare mestiere.” scrive Maurizio Blondet, giornalista, scrittore, conferenziere, che tratta le influenze delle lobbies sul suo blog. Ed aggiunge: “Medici di diversi ospedali hanno scoperto che l‘eparina risolve l’ineluttabile aggravamento polmonare cui medici e infermieri dovevano assistere impotenti. Hanno capito che molti, troppi, sono morti intubati … I medici di prima linea hanno corretto la diagnosi e si aprono speranze. Cinesi e inglesi hanno pubblicato sul Journal of Thrombosis and Haemostasis’ guidato dall’ematologo Jecko Thachil del Department of Haematology del Manchester Royal Infirmary, l’uso di eparina nei pazienti Covid-19… Qui l’articolo originale del Dr. Thachil” , conclude il giornalista. 

Insomma, tutti i risultati ottenuti con farmaci in commercio, sembrano riscuotere più interesse all’estero che da noi: “Il mio protocollo è già stato chiesto e finirà per essere utilizzato prima in Albania o negli Emirati Arabi che in Italia: un’altra amara sconfitta per questo disgraziato paese”, si rammarica il professore Maurizio Viecca, Direttore Dipartimento Alte Specialità e dell’Unità Complessa di Cardiologia dell’Ospedale Sacco di Milano (Nord Notizie 29 Aprile): il suo è un protocollo che prevede oltre al mix di farmaci anticoagulanti e antinfiammatori, anche un farmaco antiaggregante che “consente di sciogliere i trombi polmonarie che rende di gran lunga più efficace la cura a base di eparina” come spiega in un video lo stesso Viecca con aria sfiduciata: “La sperimentazione è completata e tutti i pazienti hanno ottenuto risultati strabilianti… Ma sono passati molti giorni dalla fine della sperimentazione, e l’autorizzazione da parte del Ministero della Salute non arriva: nonostante siano farmaci noti, comunemente utilizzati e a basso costo”.

E un’altra conferma che i risultati dell’eparina interessano più all’estero che da noi, viene da un’intervista (13 aprile Corriere della Sera) a Paolo Miccoli, fino a due mesi prima presidente dell’Anvur, l’Agenzia nazionale di valutazione della ricerca. Alla domanda su che ne pensa di questa terapia e dell’articolo del British medical journal uscito proprio quel giorno sull’eparina, risponde: «L’articolo del British è la prima importante evidenza scientifica delle terapie epariniche: in Italia l’iter terapeutico si è diffuso da almeno due-tre settimane…e sta svuotando le terapie intensive perché abbassa di molto il livello di gravità… da noi a Pisa su 180 terapie intensive, 60 ora sono libere».

Una spiegazione che getta finalmente luce su un aspetto rimasto a lungo senza spiegazione: come mai il numero dei contagiati, anche dopo 2 mesi di quarantena, non è sceso, ma i ricoveri in terapia intensiva sono diminuiti. Il Governo e il Comitato Tecnico Scientifico hanno “interpretato” questo dato come il grande successo della strategia del lockdown pubblicizzata come “Io resto a casa”. In realtà, questa appare una lettura parziale e fuorviante di un fenomeno il cui merito è  dei medici: che, fregandosene di circolari e direttive inadeguate, hanno deciso, nel rispetto della deontologia professionale, di cominciare a curare i malati sul territorio PRIMA che finissero nelle terapie intensive.   

Qual è allora lo scenario alla luce di questi elementi? Che da una parte i medici di tutt’Italia si scambiano via etere informazioni e risultati con la frenesia di chi, sotto il fuoco nemico, privo di munizioni, cerca qualsiasi tipo di arma per difendersi e contrattaccare il virus; dall’altro, i responsabili degli organi di controllo sull’utilizzo dei farmaci (Agenzia del Farmaco, Istituto Superiore di Sanità, Comitato Etico, Ministero della Salute, ecc.) appaiono troppo lenti – rispetto alla gravità della situazione sanitaria – nell’approvare l’uso sperimentale o definitivo dei farmaci. E quali sono le conseguenze di questi intoppi procedurali e burocratici su una pandemìa in corso? Che in pratica, i medici possono curare un numero limitato di pazienti – quei pochi inseriti in un protocollo terapeutico sperimentale – ma non tutti gli altri: anche se la sperimentazione ha dato risultati soddisfacenti. Per estendere l’uso di quel farmaco a tutti coloro che ne hanno bisogno, l’iter procedurale è più lungo, spesso basato su studi allargati, “randomizzati”, trial, sperimentazioni su larga scala ecc. possono volerci mesi. Troppi, se nel frattempo la gente muore.

 “Certo in condizioni normali si fanno sperimentazioni più approfondite, si condividono i risultati. Ma in condizioni eccezionali ci vogliono risposte eccezionali. Io comprendo che il ruolo dell’Istituto Superiore di Sanità e dell’Agenzia per il Farmaco sia di raffreddare gli entusiasmi, e comprendo che si debba procedere per trial (prove ndr): ma i trial non si fanno quando c’è uno tsunami, ma con la bassa marea… E’ urgente giocare d’anticipo, soprattutto con la Fase due”, denuncia il professor Claudio Puoti, infettivologo ed epatologo, responsabile del Centro di epatologia dell’Istituto Ini di Grottaferrata (Askanews 29 aprile).

Il messaggio, dunque, è chiaro: verifiche sì, ma snellendo le procedure, badando meno alla forma e più al contenuto. Perché intanto la gente muore.