Diario ragionato della pandemia - Parte prima


“Per spegnere i focolai benzina al posto dell’acqua…”



Insomma, come un serpente che si mangia la coda: per non affollare gli ospedali, si lascia la gente in casa aspettando che si aggravi… e poi la si porta in ospedale, quando è più difficile curarla o è troppo tardi. Una strategia che equivale a spegnare un incendio buttando benzina anziché acqua sul fuoco, come emerge anche dalla segnalazione che arriva dalla Calabria (TGcal24 il 26 marzo): Con la cura sperimentale a domicilio in 5 giorni il paziente si negativizza”, dice il dirigente generale del Dipartimento Tutela Salute della Regione, Antonio Belcastro. E spiega: ”Ad oggi abbiamo 217 pazienti in isolamento domiciliare e positivi con pochi o nessun sintomo ai quali abbiamo deciso di somministrare un doppio farmaco, un antibiotico ed un antimalarico già in commercio (antibiotico azitromicina e antimalarico idrossiclorochina o Plaquenil ndr): somministrato ai primi 25 pazienti per 5 giorni, questi sono risultati negativi al tampone”. 

Si tratta, dunque, di un protocollo terapeutico già utilizzato in Cina e in altri paesi (in particolare la Francia) e recepito dall’Unità operativa di Malattie infettive e tropicali del policlinico “Mater Domini” e dalla Cattedra di malattie infettive dell’università “Magna Graecia” di Catanzaro il cui obiettivo, come aggiunge Belcastro: “E’ combattere la battaglia sul territorio per due motivi: primo, perché tratteremo il doppio dei pazienti ospedalizzati; secondo perché se il trattamento risulterà efficace, eviteremo che tante persone positive ma con pochi sintomi si aggravino, e finiscano in ospedale: dove il passaggio dalla degenza ordinaria alla semi-intensiva e intensiva può essere repentino”

Le testimonianze di tutti questi medici, dunque, suggeriscono di uscire dai quotidiani scenari ospedalieri del coronavirus unici protagonisti dei telegiornali, e passare a quelli casalinghi per scoprire un diverso modo di affrontare la malattia. Come il “modello Piacenza”, descritto il 27 marzo sulla rivista Sanità Informazione in un’intervista a Luigi Cavanna, un medico che ha deciso di non restare in ospedale ad aspettare i malati di Covid19 ma di cercarli e curarli casa per casa: «Piacenza è a 10 minuti di auto da Codogno. Si può immaginare in che situazione ci siamo trovati subito dopo venerdì 21 febbraio, giorno del primo caso: pronto soccorso affollato e terapie intensive piene. Allora l’illuminazione venuta da una paziente oncologicache ci chiama perché aveva il quadro clinico da Covid, ma non voleva assolutamente andare in ospedale. Siamo stati a casa sua, le abbiamo fatto un’ecografia del torace e l’abbiamo curata a casa con idrossiclorochina lasciandole un piccolo apparecchio per misurare l’ossigeno dal dito (il saturimetro ndr) e tutti i giorni ci mandava informazioni su come andava. Pian piano ha iniziato a migliorare. Lì è nata l’idea: di andare a curare precocemente i pazienti a domicilio» L’intuizione si rivela vincente: aggredendo la malattia dal principio, tanti pazienti sono stati curati a casa loro, sempre sotto il costante controllo medico. Un lavoro che «può cambiare la storia naturale di questa malattia e che potrebbe evitare di occupare tanti posti in rianimazione», secondo Cavanna. «Perché la maggior parte delle persone che arrivano al Pronto soccorso e vanno in rianimazione hanno una storia clinica di 10, 15, o 20 giorni di febbre… e quando si va in pronto soccorso, spesso è tardi…”

Mentre a marzo il pallottoliere della Protezione Civile registra da 600 a 800 morti al giorno, i risultati clinici di questi medici rivelano “come si guarisce prima e si muore meno”. Dimostrando che quella adottata dal Governo su suggerimento del Comitato Scientifico è la strategia peggiore. Tenere tutti chiusi in casa – sani, positivi, sintomatici e asintomatici – per lo più senza diagnosi e senza cure, in attesa che peggiorino per poi portarli in ospedale, è una strategia priva di senso scientifico e di buon senso comune.

Perché focalizzare l’attenzione sugli ospedali ignorando ciò che avviene nelle case,alimenta i focolai dell’infezione, anziché spegnerli; aumenta il numero di morti e malati gravi; e di conseguenza, allunga i tempi della quarantena aggravando la crisi economica del Paese, che non può ripartire se continua ad essere così malato. Ma, al di là delle considerazioni economiche ed organizzative, non fermare la malattia prima che si aggravi significa soprattutto sottoporre i pazienti a quella terribile tortura che è finire in rianimazione. E non per qualche giorno, come per una polmonite normale, ma anche per settimane: con un tubo in gola e un rumore assordante che ti spacca i timpani, senza poterti muovere, spesso perennemente sudato e sedato perché è impossibile sopportare, senza sedazione, un simile stillicidio.

Puntare solo ad aumentare il numero di ventilatori e terapie intensive, dunque, trascurando TUTTO QUELLO CHE SI PUO’ FARE PRIMA PER EVITARLO, è IMMORALE dal punto di vista umano, RIPROVEVOLE dal punto di vista della deontologia professionale, PERSEGUIBILE forse anche sotto il profilo giudiziario.

E meno male che molti medici, rispondendo alla propria coscienza, hanno disobbedito alle direttive nazionali e hanno rischiato: perché non solo hanno salvato migliaia di vite, ma hanno dimostrato scientificamente, clinicamente che gli effetti tragici di questa epidemia possono essere bloccati se si interviene presto e nel modo giusto.