Diario ragionato della pandemia - Parte prima




Coronavirus: più contagioso che letale.
Ma il ritardo nelle cure lo rende MORTALE

“I primi 7 giorni di malattia sono fondamentali. Se facessimo tamponi rapidi a chi ha pochi sintomi e iniziassimo subito a curarli, molti pazienti non avrebbero bisogno dell’ospedale” spiega Francesco Le Foche, responsabile Day Hospital di Immuno infettivologia al Policlinico Umberto I Università La Sapienza di Roma (Fatto Quotidiano, 23 marzo): “La fase iniziale della patologia è importantissima e la stiamo sottovalutando: è gravissimo il fatto che non si agisca laddove possiamo ridurre il danno. Le terapie intensive sono in sovraccarico perché abbiamo un ritardo nell’individuare i pazienti e nell’iniziare a trattarli con antivirali che permettono di ridurre la replicazione del virus e evitare il peggioramento… Nelle prime 72 ore dopo i primi sintomi di Covid-19 avviene il danno virale… Dopo c’è una risposta del sistema immunitario, che crea una infiammazione…dovuta alla cascata citochinica, che si sovrappone al danno fatto dal virus…”

Ma che cosa è la “cascata citochinica” o “tempesta di citochine”? E perché i suoi effetti, sul nostro organismo sono così dannosi? A questa domanda rispose il 21 marzo Ernesto Burgio, durante la seguitissima intervista radiofonica a Onda Rossa: “Sul piano clinico le conseguenze peggiori di un’infezione da Nuovo Coronavirus, come per ogni virus che solo da poco tempo ha fatto il salto di specie, sono legate al fatto che il nostro sistema immunitario non avendolo mai incontrato in milioni di anni lo combatte con grande violenza. Per cui, paradossalmente, non si muore perché il virus è particolarmente aggressivo, ma per l’aggressione scatenata contro di lui dal nostro sistema immunitario: che, appunto, non conoscendolo, si allarma e scatena una reazione eccessiva o sregolata di “difesa-offesa”. Questi virus, insomma, non sono pericolosi perché danneggiano direttamente i tessuti o producono tossine, ma nella misura in cui provocano reazioni drammatiche del sistema immunocompetente degli ospiti: il quale reagisce lanciando un allarme che nel giro di pochi giorni scatena una tempesta di immunità naturale. E’ la famosa “tempesta di citochine”…

Alla luce di questa spiegazione, si capisce meglio il prosieguo dell’articolo di Le Foche laddove suggerisce: “Il paziente con pochi sintomi… va trattato con  idrossiclorochina, vecchio antimalarico orale, tollerabilissimo, molto attivo sia come immunomodulante, che nell’abbassare la capacità del virus di replicarsi… Ma per questi pazienti, oggi in Italia non si fa nulla: spesso non vengono individuati e quelli individuati vengono solo messi in isolamento domiciliare fiduciario”… Così, però: “…sprechiamo tempo prezioso: nella prima settimana abbiamo una artiglieria che non risponde, ma che potrebbe servire a ridurre drasticamente gli effetti più gravi”, conclude Le Foche.

Fare più tamponi, per avere più diagnosi e per iniziare più precocemente le cure a casa: questa sembra la soluzione per evitare l’aggravarsi della malattia e ridurre il numero dei morti già nella fase di emergenza del contagio.

Ovvero, seguire il filone – avviato per primo, a inizio marzo, dall’oncologo Paolo Ascierto a Napoli – di cure possibili subito con i medicinali già disponibili, in attesa che la ricerca e la sperimentazione scientifica ne trovino di più efficaci.

Direttore dell’Unità di Melanoma, Immunoterapia Oncologica e Terapie Innovative del “Pascale” di Napoli, Ascierto, infatti, già dalla prima decade di marzo ha sperimentato un farmaco che si usa in genere per l’artrite reumatoide (principio attivo tocilizumab): con risultati incoraggianti. Su 4.000 trattamenti, sono andati a buon fine il 70-80% quando il paziente trattato, già con sintomi di insufficienza respiratoria, non è stato ancora intubato.
Questo filone, dunque, accomuna tutti i medici che senza aspettare direttive dall’alto – anzi, spesso contro le direttive del Comitato Tecnico Scientifico e dell’Agenzia del Farmaco (AIFA) che ne fa parte – si sono mossi già a marzo 2020 per fronteggiare il vero pericolo immediato. Che non è il coronavirus, ma gli effetti provocati dal coronavirus sul nostro sistema immunitario.

“Malati curati troppo tardi, così non li salviamo”, dichiara, infatti, Mario Balzanelli, presidente della Società italiana sistema 118 in un appello (alla rivista QN riportato il 26 marzo dall’Adnkronos): “Perché non iniziamo le terapie a quelli con pochi sintomi positivi al tampone? Oggi queste persone vengono lasciate a casa a ’svernare’ e quando la situazione precipita, non resta che intubare chi sta male. Ecco il punto chiave… trattare con antivirali i positivi che stanno a casa e anticipare l’aggravarsi dell’insufficienza respiratoria con il saturimetro”. (Una scatoletta di 7-8 centimetri in cui, infilando un dito, si ha la misura sulla quantità di ossigeno nel sangue ndr). Uno strumento prezioso da poche decine di euro che, aggiunge Balzanelli “dovrebbe essere a casa di tutti i pazienti sospetti Covid o positivi che stanno in isolamento” in modo da monitorare la loro efficienza respiratoria senza farli arrivare boccheggianti in ospedale o addirittura morire in casa… Siamo ancora in tempo a invertire la rotta… Ma quanti altri morti dobbiamo rischiare?”.