Diario ragionato della pandemia - Parte prima


Il caso Veneto

Abbiamo sentito continuamente citare “la scienza” in questa emergenza pandemica, soprattutto dai vertici governativi, come una sorta di deus ex machina, di entità astratta e super partes cui fare riferimento ed appellarsi nel momento cruciale delle scelte. Viceversa, la scienza è una cosa concreta, poco omogenea perché cammina sulle gambe di scienziati, ciascuno con i limiti, le potenzialità, le debolezze, gli interessi più o meno confessabili tipici di ogni essere umano. Per cui forse, inizialmente, uno degli elementi che ha fatto la differenza tra le due strategie anti-contagio – quella applicata in Lombardia e nel resto d’Italia, e quella che ha prodotto un migliore contenimento in Veneto – è stata la combinazione dei suggerimenti del parassitologo Andrea Crisanti raccolti con prontezza dal Presidente della Regione Veneto.

Da subito, infatti, c’è stata una differenza nell’approcciare il contagio partito nello stesso giorno, il 21 febbraio, sia nell’ospedale di Codogno in Lombardia, che nel paese di Vo’ Euganeo in Veneto. A Vo’, infatti, in controtendenza rispetto alle indicazioni dell’OMS, Crisanti ha insistito per fare i tamponi a tutti i contatti dei presunti infetti, riuscendo a bloccare l’epidemia sul territorio prima che dilagasse negli ospedali. Dopo avere lavorato a lungo come “professore di parassitologia molecolare all’Imperial college di Londra, Andrea Crisanti è rientrato in Italia come direttore del laboratorio di microbiologia e virologia dell’Università (e azienda ospedaliera) di Padova”.  (Businessinsider.com 22 aprile).

Ma il merito è soprattutto del presidente della Regione Veneto Luca Zaia che decide di mettere subito in pratica le indicazioni strategiche proposte da Crisanti e dai suoi colleghi della facoltà di Medicina dell’Università di Padova, ponendosi anche in contrasto con le direttive nazionali e dell’OMS.

Direttive che imponevano di fare i tamponi per accertare la presenza della malattia, solo in coloro che presentavano chiari sintomi di contagio: quali tosse, febbre, forte astenia, ecc. Direttive alle quali si decide di disubbidire estendendo, invece, il tampone a tutti i 3000 abitanti di Vo’.

Con quali risultati? Li riassume molto efficacemente in una Lettera ai vertici della sanità della Regione Toscana, Sergio Romagnani,già Professore di Immunologia Clinica e Medicina Interna, professore Emerito dell’Università di Firenze. Lettera pubblicata da Medici Italia,  già il 16 marzo: cioè appena 5 giorni dopo l’inizio della quarantena estesa dal Governo a tutta l’Italia e 5 giorni dopo la dichiarazione di pandemia dell’OMS. E sotto il titolo I risultati dello studio di Vò confermano che il COVID-19 cammina sulle gambe degli asintomatici…” Romagnani evidenzia i dati a suo avviso più rilevanti. Eccoli:

– la maggioranza delle persone infettate – tra il 50% e il 75% – pur non avendo sintomi (asintomatiche), è fonte di contagio;

– nella popolazione, la percentuale di persone infette asintomatiche è altissima;

– con l’isolamento dei soggetti infettati (sintomatici o non), il numero totale dei malati è sceso da 88 a 7 in appena 7-10 giorni;

l’isolamento non solo protegge dal contagio altre persone, ma anche dall’evoluzione grave della malattia: perché il tasso di guarigione nei pazienti infettati, se isolati, è nel 60% dei casi pari a soli 8 giorni.

Inoltre, (come risulterà in seguito dallo studio fatto dall’unità di microbiologia di Padova diretta da Crisanti insieme al gruppo di Neil Ferguson dell’Imperial College di Londra) con un positivo in famiglia, il rischio di infezione è 84 volte superiore rispetto alla norma.  

“Questi dati forniscono informazioni importantissime … alla luce delle quali è evidente che le attuali politiche di contenimento del virus devono essere riviste”, sottolinea Romagnani. Risulta infatti “fondamentale, identificare il più alto numero possibile di soggetti asintomatici il più precocemente possibile” perché “l’isolamento degli asintomatici è essenziale per riuscire a controllare la diffusione del virus e la gravità della malattia”. E conclude: “La prima considerazione, dunque, è che l’attuale modalità nazionale di affrontare il problema della infezione da Covid-19 (fare tamponi solo alle persone sintomatiche) è l’opposto di quello dovrebbe essere fatto… E’ quindi essenziale estendere i tamponi alla maggior parte della popolazione: in particolare alle categorie a rischio esposte a contatti multipli (come medici e infermieri che sviluppano spesso un’infezione asintomatica continuando a veicolare l’infezione tra loro e ai loro pazienti) e a tutti coloro che vivono in comunità chiuse e con contatti molteplici e ravvicinati”.

Queste prime evidenze dimostrano, dunque, che la modalità nazionale di affrontare il contagio su direttiva dell’OMS, è l’opposto di quello che andrebbe fatto. E fa sorgere anche il dubbio che le ricognizioni dell’OMS in Cina durante il contagio, non siano state approfondite: come viene contestato per la prima volta pubblicamente, proprio da Crisanti al direttore vicario dell’OMS, Ranieri Guerra, membro del Comitato Scientifico del Governo, il 28 marzo (a “Petrolio”RAI DUE): “Ma prima di emettere questa direttiva di fare i test solo ai sintomatici – che è stata una delle più grandi sciagure per il nostro Paese – quando siete andati in Cina, avete controllato se anche gli asintomatici erano contagiosi?…. Se noi lo avessimo saputo prima (che gli asintomatici erano contagiosi ndr), quando sono tornati i cinesi li avremmo tenuti in quarantena, li avremmo testati: ma la direttiva dell’OMS non lo prevedeva… Così non lo abbiamo fatto…” La domanda rivolta a Ranieri Guerra, non genera una risposta convincente, tant’è che il 4 aprile Crisanti la solleva in tivù nuovamente, premettendo: I cinesi hanno mentito al mondo e non hanno comunicato il tema fondamentale della trasmissione del virus da soggetti asintomatici: ma l’Oms, che è andata in Cina a fare ispezioni con una task force, che controlli ha fatto?”

E questo scontro televisivo fa emergere un’altra lacuna sia dell’OMS che del Comitato Tecnico Scientifico: la lentezza nel cogliere i segnali di una realtà “emergenziale” che cambia e la difficoltà di fronteggiare questi cambiamenti: “Noi già a fine febbraio abbiamo messo in evidenza la necessità di aumentare i tamponi perché il 26 febbraio a Vò Euganeo c’era il 3% della popolazione infettata e il 45% delle persone era asintomatica… Tuttora, invece, teniamo tutti gli italiani chiusi in casa senza fare una diagnosi: così le persone, con o senza sintomi, continuano a infettarsi fra loro e le case diventano piccoli incubatori del contagio… Per questo la quarantena non sta dando gli effetti sperati… Andiamo, invece, nelle case, facciamo il test a loro, alla famiglia e al circondario, aumentando la capacità di fare tamponi…”.
Questa necessità di aumentare il numero dei tamponi verrà ribadita spesso ma il Governo non la porta avanti. Perché? Una delle risposte sconcertanti arriva il 4 aprile (nell’intervista rilasciata da Crisanti al giornale.it): “Eppure 30 giorni fa tramite la Regione Veneto questi dati (sul contagio anche da parte degli asintomatici ndr) sono stati trasmessi: ma per Walter Ricciardi non potevano essere presi in considerazione “senza una pubblicazione scientifica”. L’articolo adesso è pronto e se ne attende la pubblicazione… Ma “hanno perso tempo prezioso, non è così che si affronta un’epidemia”

A quanto pare ai consiglieri scelti dal Ministro e dalla Presidenza del Consiglio, non basta l’evidenza dei fatti per procedere: ci vuole il risultato vidimato, certificato, riconosciuto, il bollo sulla patente di validità scientifica. Certo, lo prevede la prassi. Ma questo criterio incontestabile in tempo di pace, lo è anche durante una “guerra virale” con un migliaio di morti al giorno? In uno scenario, infatti, in cui i camici bianchi negli ospedali fanno turni inumani o perdono la vita per salvarne altre; in cui medici e sanitari, fuori dagli ospedali, si sbattono, disubbidiscono ma rischiano (anche ripercussioni giudiziarie, minacce e intimidazioni come si vedrà più avanti) per curare i propri pazienti; in cui gli italiani stanno chiusi in casa e molti, per questo, avranno danni psichici, fisici, morali, economici insormontabili; in questo contesto, insomma, gli esperti scelti proprio per agevolare questo immane sforzo collettivo, frenano questa corsa per la vita per non trasgredire al principio che ci vuole il timbro sotto la ricetta?

Questo pesante interrogativo rimane sospeso tuttora mentre il modo in cui viene combattuto il coronavirus fa emergere una “scienza” a due velocità: quella lenta e burocratizzata e quella che si muove veloce sul campo di battaglia, scansando le bombe lanciate dal virus, ed escogitando contromosse per aggredirlo. Della prima fanno parte i rappresentanti del Comitato Tecnico Scientifico, della seconda, come si vedrà in seguito, centinaia di medici in tutt’Italia: e di questa realtà a due velocità, i tamponi sono stati il pomo della discordia. Una contrapposizione fra “esperti” inizialmente giustificata con il fatto che i tamponi mancavano. Ma di fatto sono mancati anche in seguito, mentre in Veneto i tamponi li hanno fatti subito: velocemente e in gran quantità. Come mai? Come ha dichiarato in un’intervista Daniele Donato, direttore dell’ospedale di Padova: “… in Veneto sono stati comprati i prodotti chimici per fare i reagenti a mezzo milione di tamponi, già a gennaio: a prezzi ridotti”. Così è stato possibile fare anche un secondo campionamento di verifica che si è rivelato fondamentale per dare validità scientifica ai dati già acquisiti”. E la Regione Veneto ha anche acquistato dall’Olanda una macchina, unica in Italia, in grado di processare 9 mila tamponi al giorno. Nel resto d’Italia, invece, i tamponi sono stati usati con il contagocce: diventando una merce preziosa, un privilegio, un motivo di scandalo. La storia del dottor Edoardo Valli, per esempio, ha fatto il giro della rete. Ginecologo, ricercatore, dirigente medico, Edoardo Valli, 62 anni, non ce l’ha fatta. Ma il suo sfogo con un amico su Facebook il 14 marzo, è diventato un testamento e una denuncia: «Vedi… fanno il tampone a Zingaretti (presidente Partito Democratico Regione Lazio, ndr), Porro (giornalista tv, ndr), Sileri ( viceministro della Sanità, ndr) ma io ho febbre da tre giorni. Stasera 38,7 … ho chiamato il numero Regionale mi dicono “con questi sintomi non è necessario, stia a casa e se peggiora chiami il 118!”

Lo sfogo di Valli troverà conferma un mese più tardi sul Fatto del 17 aprile che titola: “L’accesso al test è difficile e pieno di limitazioni. Ma solo per i cittadini comuni”. E prima di fare l’elenco di calciatori, politici e altri vip dal “tampone facile”, il Quotidiano riporta di una “scritta nera sul muro rosso del municipio di Nembro, in provincia di Bergamo, uno degli epicentri del Coronavirus, che recita: “Politici e calciatori, vi siete fatti fare i tamponi. Quindi i nostri zii, padri e nonni sono coglioni?”. Uno slogan sguaiato…che però racconta una preoccupazione vera: sono molte le segnalazioni di cittadini comuni che hanno chiesto di fare il test del tampone e sono stati respinti, nonostante i sintomi di un possibile contagio”.

E fra questi “respinti” dal servizio sanitario c’è anche un 72enne di Bolzano costretto a rimanere per una settimana in casa, con la moglie, nonostante la febbre alta. A raccontare la drammatica storia di questa coppia, è il quotidiano Alto Adige (ripreso da Fanpage.it)che ricostruisce le inutili telefonate della moglie 67enne ai numeri di emergenza e ai medici, che puntualmente le rispondevano di curare il marito con antipiretici a casa per non intasare il pronto soccorso e l’ospedale.  “È passata una settimana dalle prime febbri, dal vomito che non finiva. Sei giorni a fare niente, a fargli prendere antifebbrili mentre il virus gli era già entrato nei polmoni.…” Così ha deciso di portarlo da sola in ospedale dove lo hanno subito ricoverato in terapia intensiva: “Ma è stato ricoverato troppo tardi” è la sua denuncia. E non è tutto. Lei che non ha mai avuto sintomi, dopo 14 giorni in isolamento domiciliare, è uscita: senza avere fatto MAI un tampone. Senza sapere, dunque, se si era ammalata, se poi era guarita, se era ancora infetta.

Esattamente come accaduto a Raffaele Leone, direttore del mensile Focus che (nel numero di aprile) racconta la sua esperienza di “presunto ammalato Covid”: “Presunto, perché nessuno ha mai certificato la diagnosi. I medici mi hanno seguito a distanza e nonostante le mie continue richieste ai numeri verdi, mi è sempre stata data la stessa risposta: “In Lombardia i tamponi si fanno soltanto ai pazienti gravi. Alla vigilia dei 14 giorni senza più sintomi che sancivano la mia (anch’essa presunta) guarigione, ho scritto alle autorità sanitarie e alla Regione, ho richiamato i numeri verdi, per chiedere ancora una volta il tampone: “Non lo faccio per me – ho detto – ma per verificare che io non sia più contagioso per gli altri e per i miei familiari che non vedo da un mese… Niente da fare, un muro di gomma… Il mio non è un caso unico, ce ne sono anche di molto più anomali… Se una donna malata, qui a Milano, sta chiusa in una stanza e chiede il tampone visto che il marito nella stanza accanto ha una grave patologia, e lei vuol esser certa della guarigione per non contagiarlo, non le si può dire “NO” come le è stato detto. Se un libero professionista chiama per segnalare che il suo collega di studio è morto di Covid19 e chiede il tampone, non gli si può dire di NO per poi aspettare che lui contagi moglie e figli (come è successo).  Se un’impiegata si ammala e chiede il tampone sottolineando che una collega si è ammalata e un’altra è in ospedale, non le si può dire di NO, perché è evidente che il suo ufficio è un probabile focolaio da monitorare e da spegnere. È pieno di storie così. Nelle conferenze stampa si è sentito ripetere: siamo stati travolti da uno tsunami”.

Ma in realtà, come si legge nei capitoli di Gennaio e Febbraio di questo giallo virale, per i vertici sanitari italiani: era “tutto sotto controllo”.

E anche a marzo, aprile, maggio il  Comitato Scientifico continua a portare avanti la scelta sbagliata di ritenere “superfluo incrementare l’uso dei tamponi” perché sono come una fotografia: ”Danno solo l’immagine del momento: per cui se oggi è negativo, già domani può essere diverso”. Una motivazione a metà marzo già ampiamente smentita: sia dalle evidenze scientifiche dell’esperimento di Vo’, che da nuove evidenze cliniche segnalate – fra metà e fine marzo – da moltissimi medici in tutta Italia che affrontano il coronavirus da vicino, sul territorio. Questi sottolineano la NECESSITA’ DI FARE IL MAGGIOR NUMERO DI TAMPONI NEL MINORE TEMPO POSSIBILE, non solo per arginare l’epidemia, ma perché diagnosticare subito la malattia con il tampone e curare i malati già ai primi sintomi, evita l’aggravarsi della malattia e il ricorso alla rianimazione.

Si tratta di veri e propri SoS lanciati dai medici di Napoli, Firenze, Roma, Catanzaro, Piacenza: “Malati curati troppo tardi, così non li salviamo” …  “Sprechiamo tempo prezioso … che potrebbe servire a ridurre drasticamente gli effetti più gravi…” “Siamo ancora in tempo a invertire la rotta… o quanti altri morti dobbiamo contare?”. Queste dichiarazioni apparse qua e là sui giornali (soprattutto locali), dicono poco se rimangono isolate. Ma lette una dietro l’altra sono la prova di un errore nel coordinare la strategia italiana anti-contagio, dalle conseguenza nefaste: perché ha contribuito a trasformare un virus contagioso ma curabile, in un agente patogeno mortale.