Diario ragionato della pandemia - Parte prima



MARZO

“Il collasso del sistema sanitario non era inevitabile”

Il 1 marzo Conte firma un decreto per il contenimento del contagio nelle regioni del Nord più coinvolte. Il 4 marzo chiudono scuole e università in tutta Italia. L’ 8 marzo la Lombardia e 14 province nel Nord vengono dichiarate “zona rossa”: bar e ristoranti chiudono alle 18; chiudono palestre, piscine, cinema, teatri. Vietati funerali, matrimoni e colloqui nelle carceri. Ma la fuga di notizie sull’imminente “zona rossa” scatena la fuga in treno di migliaia di persone verso il Sud.

Il 9 marzo,mentre l’Italia diventa il secondo paese al mondo per decessi da Coronavirus dopo la Cina, Conte annuncia che tutta Italia diventa “zona protetta” e vara il provvedimento “Io resto a casa”.

Il 10 marzo aumentano i contagi tra gli operatori sanitari.

L’ 11 marzocon un incomprensibile ritardo rispetto alle conoscenze acquisite e all’accavallarsi degli eventi – l’OMS dichiara la “pandemia”. E Conte annuncia che tutta Italia è “zona rossa”: si può uscire di casa solo per motivi di salute, lavoro o acquisti indispensabili. Le città si svuotano.

Il 15 marzo, si avvia l’allestimento di ospedali da campo militari per impedire l’accesso indiscriminato negli ospedali di pazienti contagiati: troppo tardi. Questo – che è il primo intervento da avviare in casi di epidemie per evitare che gli ospedali si trasformino in moltiplicatori del contagio – sarebbe dovuto partire già dopo l’allarme del Ministero della Salute il 5 gennaio. Tant’è vero che, dopo averlo sollecitato nel documento del 25 febbraio, SIMA (di cui Burgio, allora era ancora presidente del Comitato scientifico) e Cattedra Unesco fanno un secondo “position paper” indicando come realizzare in pratica i “corridoi sanitari alternativi”.   E Burgio così lo riassume a Onda Rossa: “Bisogna subito evitare che la gente vada nel punto in cui non si deve mai andare in caso di epidemie: ovvero, al pronto soccorso o nei reparti di malattie infettive, che debbono rimanere indenni dal contagio per continuare a svolgere il compito di curare TUTTI. E invece, gli ospedali e purtroppo, come vedremo, le RSA diventano i luoghi in cui il virus entra e regna a lungo, facendo strage anche di medici e infermieri che sono la principale risorsa per contrastarlo. Se la prima regola è che una pandemia va fermata sul territorio, la seconda è che bisogna creare corridoi sanitari alternativi”.        

“A questo scopo avevamo anche suggerito di utilizzare gli ospedali militari chiusi o sottoutilizzati, per il triage e l’isolamento dei casi sospetti: corridoi extra ospedalieri, attraverso cui canalizzare i primi casi e i loro contatti e praticare su tutti l’accertamento con tampone. Così si sarebbe potuto fare l’ulteriore smistamento: i positivi non gravi potevano essere tenuti in osservazione, ma isolati da familiari e amici (perché è nel contesto familiare che avviene inizialmente la maggior parte dei contagi) monitorando attentamente i contatti; mentre gli affetti da patologie più gravi (ma non critiche) che avevano bisogno di cure e di ossigeno potevano essere ricoverati in reparti intermedi, accuratamente separati dagli altri reparti ospedalieri. Infine, i casi critici – che grazie al percorso su descritto sarebbero relativamente pochi – dovevano essere ricoverati in reparti di terapia intensiva, anche questi separati, però, da quelli destinati agli altri malati”.

Ma di tutto questo non si metterà in pratica nulla.

Risultato: in Lombardia ad appiccare il grande incendio del contagio o almeno ad amplificarlo sono proprio gli “ospedali-focolaio”. Con quali conseguenze?

Gravissime come balza agli occhi da subito: la Lombardia è la Regione che da sola assomma la metà di morti e contagiati di tutta Italia. Conseguenze, dunque, gravi ma incomprensibili ai più. Il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, per esempio, denuncia su Twitter il numero impressionante di sanitari contagiati, senza riuscire a spiegarsi il perché: “In Lombardia contagiati 4.183 medici: 448 a Brescia; 436 a Bergamo Est (Ospedali di Seriate e Alzano); 283 a Lecco; 282 al Papa Giovanni XXIII di Bergamo. In troppi non protetti. Qualcosa è andato storto”.

Certo, tutto è andato storto. Non per colpa del virus: ma di chi non gli ha sbarrato le porte. Perché le porte si possono sbarrare. Lo dimostra il caso dell’ospedale Cotugno di Napoli specializzato in malattie infettive dove la struttura è rimasta indenne. Grazie, infatti, alle tecniche adottate – riprese in un video esclusivo da un équipe inglese che rappresenta una testimonianza rara – è risultato il migliore in Italia per organizzazione e qualità del servizio. Ma anche con tecniche meno sofisticate, si possono ottenere gli stessi risultati perfino in paesi del Terzo Mondo, dove: “Siamo riusciti a gestire per più di un anno l’epidemia di ‘Ebola’ senza mai infettare gli ospedali”, testimonia Gino Strada, presidente di Emergency. Tant’è vero che i responsabili sanitari dell’ospedale di Lodi – uno dei maggiori focolai del contagio da COVID19 in Lombardia – si sono rivolti proprio agli operatori sanitari di Emergency per sanificare i locali, per preparare il personale e dotarsi degli strumenti necessari a farne, oggi, un “ospedale modello” nel fronteggiare epidemie (“Il punto di Paolo Pagliaro” a “Ottoemezzo” 14 aprile).

Che significa, allora, tutto questo: che l’Italia è peggio del Terzo Mondo? O che Emergency è più abile del nostro Comitato Scientifico nel fronteggiare emergenze sanitarie? Interrogativi, di primo acchito, forse paradossali: ma quando l’onda di morti e contagiati nel Nord Italia diventa uno tsunami; quando l’accavallarsi di informazioni scientifiche e para scientifiche diventa una Babele di messaggi contrastanti; quando l’impreparazione che ha rallentato l’adozione di misure per arginare il contagio, addirittura lo aggrava… in effetti le responsabilità appaiono non tanto dei politici quanto degli esperti del Comitato Tecnico Scientifico (CTS) che li supportano. E chi sono costoro?

Inizialmente erano in 7, poi sono diventati una ventina, ma al di là delle denominazioni suggestive – il comitato dei saggi – o l’appellativo un po’ pomposo di “scienziati”, in realtà il CTS è composto da tecnici dello Stato, addetti ai lavori e esperti di iter burocratici in materia sanitaria, rappresentanti e presidenti di vari organismi istituzionali. Come il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità Silvio Brusaferro, il direttore scientifico dello Spallanzani Giuseppe Ippolito, il Segretario Generale del Ministero della Salute Giuseppe Ruocco, il numero Due dell’OMS Ranieri Guerra, il capo del 118 della Lombardia Alberto Zoli, il geriatra Roberto Bernabei, il capo del Consiglio Superiore di Sanità Franco Locatelli, il direttore della Pneumologia del Policlinico Gemelli Luca Richeldi, il direttore generale dell’AIFA (Associazione Italiana per il Farmaco) e altri manager del Ministero della Salute, dell’Inail, della Protezione Civile, nonché esperti consultati per singole tematiche.

C’è poi una figura molto ascoltata negli ambienti di governo, che però non siede nel comitato: Walter Ricciardi, ex presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, consulente del ministro Roberto Speranza, in prima linea anche mediaticamente. Si legge (L’Inkiesta 9 Aprile 2020): Questo comitato a poco a poco è entrato nelle case degli italiani attraverso telegiornali e conferenze stampa. Dando la sensazione che per ogni provvedimento adottato finora – dalle raccomandazioni sanitarie, alla chiusura delle aziende, alle restrizioni alla circolazione, al dibattito sull’uso delle mascherine, alle valutazioni sui test sierologici – Palazzo Chigi si sia mosso consultando e ascoltando le sue indicazioni…” E’ diventato, così “Un cenacolo di saggi «al servizio dell’emergenza» a cui tutti guardano sperando di capire qualcosa di più nel valzer di dubbi, dati e paure”.

Ma dal Comitato non arrivano risposte chiare: al contrario, l’elenco giornaliero di guariti, nuovi positivi, nuovi contagiati in rianimazione e nuovi deceduti – fornito ogni pomeriggio in tivù dal commissario Angelo Borrelli – non serve a nulla senza dati di riferimento. E poiché quei numeri non servono per capire, finiscono solo per generare la confusione di dati e posizioni contrastanti nei vivaci dibattiti televisivi; e per alimentare l‘ambiguità sulle scelte prese e la mancanza di trasparenza.

Come commenta, in maniera forse un po’ semplicistica ma incisiva, il presidente della Regione Lombardia (il 27 marzo): “Gli scienziati non hanno fatto un gran servizio dopo la scoperta del paziente 1: perché battibeccavano… C’era chi sosteneva che era una stupidata, chi una cosa seria, ma la percezione è che i nostri cittadini non siano stati messi in allerta… Eppure “avevo ascoltato il presidente della Cina definire il coronavirus la più grande evenienza sanitaria del suo Paese”.


Questa stessa constatazione in maniera, però, più articolata è avvalorata dall’Harvard Business Review: che, in un suo primo studio aveva lodato il Governo italiano per avere messo il paese in isolamento, chiudendo attività commerciali e servizi; ma in un secondo report (ripreso da Repubblica il 30 marzo), segnala le strategie sbagliate che avrebbero portato a una maggiore diffusione dell’epidemia, dovute all’incapacità di “agire rapidamente ed efficacemente in base alle informazioni esistenti”. In particolare, si critica l’incapacità dimostrata dall’Italia “nell’organizzare una risposta sistematica e nell’apprendere cosa fare dai primi successi e “fallimenti“.

E si esemplifica questa tesi, ricorrendo a Lombardia e Veneto: due Regioni che inizialmente hanno applicato approcci simili – il distanziamento sociale e le chiusure volute dal Governo – fino a che il Veneto ha cambiato rotta: e adottando misure diverse ha ottenuto risultati migliori. La rivista del prestigioso ateneo statunitense, dunque, mette a confronto le due diverse strategie: quella applicata dal Governo su indicazione del Comitato Scientifico (di cui fanno parte anche rappresentanti di OMS e ISS) e quella attuata da una sola Regione in Italia, il Veneto.