Diario ragionato della pandemia - Parte prima



Primo errore “E’ mancato l’identikit del virus”


“Il primo errore, a mio avviso, è stato non porsi dall’inizio, l’interrogativo che più di ogni altro meritava una risposta: chi è questo coronavirus? E sarà un grave errore anche in futuro se non si rimedia subito. Perché senza una conoscenza adeguata del virus è difficile impostare piani di azione efficaci. Il coronavirus, infatti, non è un virus sconosciuto piombato su di noi all’improvviso. Al contrario, questa pandemìa era attesa e temuta in tutto il mondo fra gli addetti ai lavori, almeno dal 1997, quando un bimbo morì a Hong Kong per una polmonite strana
”, spiega Ernesto Burgio. Pediatra, esperto di epigenetica e biologia molecolare, membro del consiglio scientifico dell’European Cancer and Environment Research Institute di Bruxelles, Burgio ha stilato fra i primi un documento che verrà sottoscritto e reso pubblico il 25 febbraio, dalla SIMA  (Società Italiana di Medicina Ambientale) – di cui era allora il presidente del Comitato Scientifico – e dalla “Cattedra UNESCO”. Si tratta di un’analisi pubblicata anche su uno dei giornali di The Lancet che, in controtendenza con diversi esperti di casa nostra onnipresenti sui social e in tivù, delinea in maniera precisa i contorni della pandemia: ed evidenzia – con largo anticipo – le misure per contenere il contagio che neanche ora il Governo e il Comitato Scientifico riescono a realizzare. Apprezzato nel mondo della ricerca scientifica ma poco amante dell’esposizione mediatica, Ernesto Burgio non è molto conosciuto dal grosso pubblico: io, invece, lo conosco  fin da quando, da giornalista napoletana, facevo da cassa di risonanza alle tesi di intellettuali e scienziati indipendenti che trovavano un punto di riferimento e di incontro nei seminari e nei dibattiti tenuti a Napoli presso l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici e presso le Assise di Palazzo Marigliano (nelle quali Burgio è membro del Consiglio Scientifico). Ma in questi giorni di coronavirus, le sue tesi hanno attirato l’attenzione dei giornalisti che hanno cominciato a chiedergli interviste. In particolare ce n’è una radiofonica del 21 marzo ad Onda Rossa che dura quasi due ore in diretta. Perché in pieno boom della pandemìa (e della disinformazione), mano a mano che Burgio parla, aumentano gli ascoltatori che tempestano il centralino della Radio con domande di ogni genere per saperne di più sulla nascita, sullo sviluppo e gli eventi catastrofici del contagio, che quasi nessuno fino a quel momento, aveva descritto a causa di una sorta di peccato originale: non avere delineato l’identikit del virus.

E la narrazione via etere di Burgio parte proprio da quell’errore iniziale: “Per spiegarlo con parole semplici, i virus non hanno una “vita propria” ma hanno bisogno di un organismo che li ospita per proliferare, trasformarsi nel tempo e adattarsi alle varie specie viventi, di origine animale o umana. Hanno bisogno, cioè, del macchinario biochimico che è dentro le cellule: per cui non sono pericolosi se stanno all’aria aperta, ma solo quando mutano utilizzando gli strumenti offerti dalle cellule dell’organismo che li ospita”.

“Va aggiunto che la pericolosità dell’attuale COVID19 dipende, prima di tutto, dalle mutazioni continue e diverse che mette in campo per adattarsi al “nuovo ospite”. Questo tipo di virus si comporta, in realtà, come una sorta di popolazione, una quasi species: un insieme di virus che hanno in comune una sequenza genetica di base o sequenza master. Ebbene – continua Burgio – l’Orthomyxovirus influenzale H5N1 che uccise un bambino ad Hong Kong nel ’97, venne isolato in un laboratorio degli USA e ne venne subito identificata la sequenza genetica che, in questo caso, era composta da RNA, un acido nucleico per così dire ancestrale rispetto al DNA e più instabile, più propenso a fare mutazioni. E dalla sequenza venne fuori la scoperta: si trattava di un sottotipo di virus influenzale (appunto, un H5N1), che non aveva mai infettato l’uomo, che aveva cioè fatto da poco il temuto salto di specie passando direttamente dagli uccelli (che costituiscono, probabilmente da milioni di anni, il serbatoio naturale di questi virus) all’uomo, uccidendo addirittura un bambino”.

“All’epoca la scoperta creò allarme fra gli studiosi del settore. Perché H5N1 aveva sviluppato mutazioni veramente allarmanti in alcuni punti chiave del suo RNA, un po’ come si presume abbia fatto nel 1918 H1N1, altro virus influenzale passato dagli uccelli all’uomo, scatenando la Grande Pandemia “Spagnola”: l’evento pandemico più catastrofico dell’ultimo secolo. Ai tempi della Spagnola, però, fra il 1918 e il 1919 non esistevano discipline come la biologia molecolare o le nuove acquisizioni scientifiche che consentono di studiare la sequenza e la filogenesi dei virus: solo negli ultimi decenni – anche sull’onda della scoperta correlata al bambino di Hong Kong – si è approfondita la conoscenza di quella pandemia e le sue analogie con altre epidemie. Ecco perché, a partire dalla scoperta del ‘97, tutti i virologi del mondo sono entrati in allerta ed hanno seguito gli outbreaks epidemicidegli ultimi anni che hanno colpito sia la popolazione aviaria (uccelli migratori, ma anche di allevamento: polli, tacchini ecc.), sia, in minor misura, quella umana, dicendosi: “Speriamo che questi coronavirus non passino nell’uomo agganciandone le vie aeree superiori, perché diventerebbero contagiosi e facilmente trasmissibili”

“Ebbene, è quello che sembrerebbe sia successo nell’autunno 2019: quando il nuovo coronavirus ha fatto le temute mutazioni adattative ed è diventato contagioso e virulento per l’uomo”…. Ecco perché quando i cinesi pubblicarono le sequenze del coronavirus – seguiti a breve dall’Istituto Pasteur, e in Italia dallo Spallanzani e dal Sacco, da ricercatori australiani e americani e così viachi potette studiare le sequenze virali e riconoscere le mutazioni, si allarmò. E pensò subito di avvertire le istituzioni politiche che con ogni probabilità si trattava dell’atteso e temuto virus pandemico, in grado di diffondersi facilmente da uomo a uomo.”
 

Così il 25 febbraio, prima che l’OMS dichiarasse ufficialmente la “pandemia”, fu pubblicato il documento di Burgio, sottoscritto da SIMA e Cattedra UNESCO, e si tentò di farlo arrivare anche al Governo italiano tramite il Comitato Scientifico: ma nessuno lo raccolse.  

Eppure l’analisi del fenomeno fatta da Burgio, era stata formulata anche da altri studiosi del settore, come riporta REPORT (30 marzo): “Avendo il genoma completo del virus, sulla base del numero di mutazioni a livello temporale, si può andare indietro nel tempo datando esattamente l’inizio di un’epidemia – dichiara Massimo Ciccozzi, epidemiologo del Campus Bio-medico – Noi abbiamo individuato 2 proteine strutturali: una destabilizza e l’altra stabilizza il virus. Il che fa capire come questo coronavirus sia più contagioso di quello della Sars. Quando è iniziato questo processo? Ci risulta a metà novembre”.

Anche Tanja Stadler del Dipartimento Scienze dei Biosistemi del Politecnico di Zurigo conferma a “REPORT”: “Abbiamo ricostruito le varie azioni del genoma e dei ceppi di questo virus e, sulla base dei nostri studi, emerge che l’epidemia è iniziata ai primi di novembre… E abbiamo ricostruito con quale velocità il virus si è diffuso a Wuhan: le persone infettate prima che Wuhan fosse posta in quarantena – circa 600 dai dati ufficiali – dai nostri calcoli, invece, erano tra 2mila e 20mila”.

E David Quammen divulgatore scientifico, autore di “Spillover”, conclude: ”… Gli scienziati sapevano almeno da 17 anni che i coronavirus possono essere molto pericolosi. I dirigenti della sanità pubblica sapevano che avremmo avuto bisogno di diagnostica veloce, test validi, mascherine, guanti, ventilatori, letti in isolamento…” 

Insomma, ricercatori e virologi esperti, sapevano. E Burgio ribadisce: “A fine gennaio, anche in Italia, chi studiava questi temi ha capito cosa stava succedendo e che c’era un rischio enorme: ed ha provato a informare i livelli alti della gestione politico-sanitaria, dicendo “Guardate che ci siamo, questo è il momento in cui dobbiamo muoverci”. E con questa consapevolezza saremmo dovuti partire non solo noi, ma gli esperti di tutta Europa. Ma non è stato così”.  Perché?  Trovare oggi una risposta al perché le conoscenze indispensabili per una strategia anti-contagio, non abbiano raggiunto – o lo hanno fatto con difficoltà e in ritardo – chi deve decidere il da farsi, è indispensabile per venire fuori da questa storia: per capire fino a che punto è stato il virus a fare tanti morti o l’impreparazione scientifica, le lentezze burocratiche o addirittura qualcos’altro di ancora sconosciuto e inconfessabile.