Diario ragionato della pandemia - Parte prima


“Caronte”  scelto dal Governo sembra  incapace di traghettarci fuori dall’emergenza 

I fatti accaduti nelle ultime settimane non solo hanno fatto slittare la fine di questo instant book (che doveva terminare ai primi di maggio, insieme alla quarantena) ma rendono arduo completare l’ultimo capitolo, abbozzare un titolo e un finale: che perciò restano sospesi. Perché ai drammi della pandemia, ai morti, al disastro economico, alle angosce per il futuro, ora si aggiungono interessi e retroscena che gettano un’ombra cupa sulla storia del coronavirus all’italiana. E perciò cresce anche la preoccupazione che il Caronte scelto dal Governo per traghettarci fuori dall’emergenza, possa rimanere a Palazzo Chigi più del previsto.

Comincia a diventare inquietante, infatti, l’accentramento del potere scientifico nelle mani di una burocrazia opaca e scadente – OMS, AIFA, ISS – grazie alla quale il potere si esercita di più e si nota di meno: anche perché l’accentramento in una sola task force la rende più cedevole alle pressioni esterne e delle lobbies per le quali è più efficace operare su una realtà centralizzata che su tante realtà regionali sparse sul territorio. Spaventa, inoltre, questo “Carrozzone di saggi” che sembra poter procedere incurante delle proteste di cittadini, medici, scienziati, intellettuali, giornalisti al punto da non rispondere alle loro richieste, da non sentirsi in dovere di dare spiegazioni documentate sulla situazione sanitaria che stiamo vivendo. E preoccupa il piacere del comando che può prendere la mano a chi ha assaporato la possibilità di mettere in fila i cittadini come tanti soldatini facendo leva sulla paura: e magari potrebbe cedere alla tentazione di continuare ad alimentarla – pur senza motivazioni scientifiche a sostegno, oltre quelle vaghe e generiche fornite dal carrozzone di saggi – perché così è più semplice ottenere il rispetto delle regole.

In altre parole preoccupa la tentazione paternalistica di trattare gli italiani come irresponsabili e inetti, nonostante abbiano dimostrato un senso di responsabilità sicuramente maggiore di coloro che glielo hanno chiesto: rimanendo a casa, per esempio, pur avendo intuito che la quarantena si allungava non per colpa del virus, ma di chi forse prendeva tempo perché non sapeva che fare, come fare tesoro degli errori commessi e che cosa escogitare per avviare la Fase 2.

E forse per questo c’è chi si arrabbia come Massimo Cacciari (25 maggio ad Ottoemezzo La7) che ha dichiarato esasperato: “Questa situazione non può essere più gestita in modo centralistico e burocratico con regolamenti assurdi, grotteschi, di 50 pagine che non tengono conto delle innegabili differenze da regione a regione… è grottesco il tentativo di regolamentare a livello centrale le distanze da tenere – 1 metro, 2 metri – o pretendere di stabilire chi si può frequentare, se congiunto di primo o secondo grado come è stato fatto… Oggi ormai la situazione va gestita a livello regionale, perché è l’unico modo per tentare di farlo in maniera articolata e intelligente: a differenza del centralismo che è l’esatto contrario dell’intelligenza”.

E proprio di questo forse, i cittadini sono stufi: di essere trattati da cretini da chi è meno intelligente di loro. E dall’essere stufi ed arrabbiati, al diventare diffidenti verso una scienza poco chiara e trasparente, il passo è breve. Non a caso, dopo la massiccia richiesta di tamponi – negati senza un chiaro motivo – ora gran parte dei cittadini selezionati per il test sierologico si rifiutano di farlo: ci si è chiesti perché? Forse perché la gente non ha capito che cosa succederà se il test risultasse positivo, non si fida di come verrà utilizzato quel dato, ha compreso che è inutile chiedere spiegazioni che non le verranno date, per cui compie l’unico gesto decisionale che le resta: si sottrae.

E questo l’ha intuito per esempio il Presidente del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, che per evitare altro panico e pasticci inutili, il 28 maggio ha ritirato la disponibilità alla sperimentazione dell’app Immuni. Come spiega in una lettera alla Conferenza delle Regioni: “Immuni prevede non la ricostruzione della catena di contatti dei soggetti risultati positivi, come chiesto dalla Regione per integrare il lavoro oggi svolto manualmente, bensì l’invio di un sms ai cittadini entrati a contatto con un contagiato. Ciò significa che si passerà da una gestione affidata ai Servizi sanitari a un’azione diretta (e priva del supporto di professionisti) dei cittadini, a cui competerà l’onere di chiamare il medico di base: una soluzione poco avveduta che rischia di ingenerare panico o, nel caso in cui il cittadino decidesse di non rivolgersi al medico curante, di vanificare l’efficacia dell’app”.

Questo il risultato, dunque, di scelte e informazioni ambigue, carenti, approssimative, cadute a pioggia sulla testa dei cittadini: i quali, però – considerato come hanno utilizzato tanti strumenti tecnologici in questo periodo – sono più preparati e in grado di informarsi di quanto si creda. E forse anche per questo sono stufi dei “salottini della scienza” di “Che tempo che fa” contro i quali alla fine sono partite denunce ed esposti proprio di associazioni di consumatori. Le denunce del Codacons, comunque, non sono riuscite a fermare la messa in onda dell’ultima puntata di “Che tempo che fa coronavirus” (del 25 maggio) in cui, dal servizio pubblico televisivo, è stato dispensato il verdetto finale sulla pandemia e sugli scenari futuri, al quale gli italiani, da bravi cittadini, dovrebbero adattarsi. L’ultima trasmissione da commentare in quest’ultimo capitolo: perché emblematica di certi messaggi poco chiari, a volte contraddittori che generano insofferenza e diffidenza.   

Il clima è il solito: salottiero. Burioni, a dimostrazione della grande confidenza che nutrono fra loro “scienziati al massimo livello mondiale” (come li ha presentati Fazio) saluta con un “ciao” i due ospiti che appaiono in collegamento. Il primo è Rino Rappuoli presentato da Fazio rivolgendosi a Burioni “che dici lo possiamo dire… tanto è uno scienziato talmente grande… ma sì…diciamolo…” come direttore scientifico della divisione vaccini della GSR. L’altro è Andrea Antinori direttore immunodeficienze virali dello Spallanzani. Così, con un Fazio raggiante che non sta nella pelle per la voglia di rivelare la grande sorpresa e Burioni, che come un giocatore di poker, si “trizzea” la sorpresa come la carta vincente prima di scoprirla, è stata annunciata la grande notizia: già si è trovato un vaccino. “Eh sì – ha detto Burioni – perché oggi la scienza consente di fare miracoli e di trovare in una settimana quello che in passato richiedeva mesi”. Peccato, però, che andando avanti nella chiacchierata, si scopre che il vaccino non è proprio dietro l’angolo: “Certo, ora la ricerca corre più veloce… sono ottimista… certo tutti lo vorrebbero a settembre o a fine anno… ma non penso per quella data… forse a metà 2021… o forse alla fine del 2021”, butta lì fra un sorriso e l’altro Rappuoli.

Come un pallone bucato, la notizia si sgonfia. Ma per fortuna ci pensa Burioni a tirare subito sù il morale riportando gli italiani a sperare: “Insomma, forse questo virus ci creerà ancora qualche problema, ma come si vede ci sono grandi speranze e ottimismo: e anche se ora questa trasmissione è alla sua ultima puntata, noi vi informeremo da Medical Facts seguendo gli sviluppi e tenendovi aggiornati”…  Questo il succo. Per cui: meno male che c’è Burioni e la sua rubrica a sopperire al Servizio Pubblico quando questo si interrompe. E quanto a “qualche piccolo problema” – che in questo caso, dato il tema, dovrebbe essere ancora qualche ammalato, qualche morto… – sarà roba da poco, perché poi arriverà il vaccino che SARA’ L’UNICA VERA SOLUZIONE: perché, per dirla con Burioni, “il vaccino non è un’opinione”. 

E se in tutto questo parlare senza dire niente di concreto, a qualcuno fosse venuto il dubbio che nel frattempo si può sopravvivere grazie a una cura, questa speranza è stata subito smentita dall’altro ospite della trasmissione, Andrea Antinori. Che alla specifica domanda di Fazio sulle cure possibili, risponde, in sintesi, che … noi abbiamo imparato a gestire meglio questa malattia ma dal punto di vista terapeutico non abbiamo terapie efficaci, perché tutte quelle adottate finora sono state consentite, come si suole dire “per uso compassionevole”, perché c’era un’emergenza, ma non sono state sottoposte a studi randomizzati né prove controllate.

In realtà, il fatto che manchino “studi specifici, randomizzati” sui farmaci utilizzati in maniera sperimentale durante l’emergenza, ma rivelatisi VITALI per migliaia di pazienti in Italia e nel mondo, non è una scusante, ma un’aggravante per l’AIFA: che, come si è visto, è sollecita o titubante ad approvare o vietare farmaci, a promuovere o ad affossare sperimentazioni, secondo convenienza più che scienza.

Ma andiamo avanti: perché Antinori, proprio per esemplificare quanto sia pericoloso l’uso di farmaci non sufficientemente validati, cita l’idrossiclorochina, per la quale, dice, mancano studi specifici sull’uso per il Covid19 e proprio di recente la rivista Lancet ha messo in guardia dai gravi rischi cardiovascolari connessi al ricorso a tale farmaco.

Così a trasmissione terminata, seguendo l’incitamento cartesiano “la mia unica certezza è il dubbio” – che in questo caso sconsiglia di prendere per oro colato le affermazioni di Antinori, di Burioni, di Lancet e dell’AIFA – faccio quello che probabilmente avranno fatto altri telespettatori: una verifica con una piccola ricerca via internet su “Lancet e idrossiclorochina”. Ed ecco il succo di uno dei tanti articoli su questo tema, (IL FATTO 26 maggio) qui riportato in sintesi, ma che andrebbe letto INTEGRALMENTE.

Questa vicenda, infatti, ha un retroscena politico e scientifico di cui tenere conto, senza il quale la citazione di Lancet rimane incomprensibile. Donald Trump uno dei principali sostenitori dell’idrossiclorochina, ha recentemente sospeso i finanziamenti americani all’OMS che, a sua volta, ha sospeso la sperimentazione già avviata sull’idrossiclorochina. Se l’OMS lo abbia fatto per ritorsione o meno non si sa: bisognerebbe chiederlo a Bill Gates …
Ironia a parte, questa presa di posizione dell’OMS avrebbe determinato lo STOP alla sperimentazione anche da parte dell’AIFA. In ogni caso, sia l’OMS che l’AIFA avrebbero giustificato lo STOP anche con l’articolo di Lancet che parla dei rischi cardiovascolari connessi all’uso dell’idrossiclorochina”.  

Questa dunque è la cornice un po’ più precisa in cui inserire la notizia data da Antinori e da completare con la lettura dell’articolo di Lancet in questione, magari con l’aiuto di qualche commento qualificato: come per esempio, il parere di Andrea Savarino (sul  Fatto già citato) il ricercatore dell’Istituto Superiore di Sanità che nel 2003, fu quello che propose l’idrossiclorochina contro Sars1, insieme a Roberto Cauda (Direttore Malattie Infettive del Gemelli) e ad Antonio Cassone (ex direttore del Dipartimento Malattie Infettive di Iss).

Alla domanda su che cosa ne pensa in genere di questa vicenda, Savarino risponde: “Purtroppo questa ricerca soffre dall’esser stata presa in mezzo nell’agone di una battaglia politica. Donald Trump, uno dei principali sostenitori dell’idrossiclorochina, ha recentemente sospeso i finanziamenti americani all’OMS che, a sua volta, ha sospeso la sperimentazione sull’idrossiclorochina (HCQ), uno dei farmaci che aveva destato maggiore interesse nei trattamenti precoci contro Covid 19. Di qui lo stop alla sperimentazione anche dell’Agenzia del farmaco… Personalmente ritengo che sia davvero controproducente che ricerche scientifiche, specie quelle con potenziale impatto sulla salute pubblica, vengano prese in ostaggio dalla politica”.

Entrando poi nello specifico dello studio di Lancet in base al quale l’Oms ha sospeso lo studio sull’idrossiclorochina, viene chiesto a Savarino: “l’idrossiclorochina aumenta la mortalità nei pazienti trattati”? Savarino risponde: “Da un’analisi dei dati della pubblicazione non è possibile trarre questa conclusione.”

Al che l’intervistatore insiste per approfondire: “la randomizzazione, nell’articolo su Lancet, con quale criterio è stata concepita?” Risposta: “Purtroppo non è stata effettuata randomizzazione alcuna. Questo è uno studio osservazionale retrospettivo. Non ha la forza di una sperimentazione clinica randomizzata… Lo studio è influenzato da una distribuzione non omogenea di fattori di rischio preesistenti… Infine, i limiti dello studio si evincono dal fatto che ha fallito nel dimostrare il contributo del fumo di sigaretta all’incidenza delle aritmie, un’associazione ampiamente documentata in letteratura, mentre qui scompare”.

Ci sono pubblicazioni, come si dice in ambito scientifico “autorevoli” che riportano dati diversi da The Lancet? “Ci sono molte di queste sperimentazioni, alcune randomizzate. Alcune riportano un effetto benefico dell’idrossiclorochina, altre no, per questo sono in corso ulteriori ricerche. Ma un disastro di questo genere in termini di mortalità (come quello segnalato da Lancet ndr) non è stato riportato da nessuno”,conclude Savarino.

Che dire? Forse utilizzando un po’ di buonsenso nel mettere insieme questi tasselli, si potrebbero capire come interpretare le affermazioni buttate lì da Antinori in prima serata da Rai 2; come interpretare l’ALT dell’OMS prendendo a pretesto un articolo insufficiente a motivarlo; come interpretare la brusca frenata dell’Agenzia del farmaco italiana, sollecita ad obbedire all’OMS nonostante la sua sempre più scarsa affidabilità e soggezione alle case farmaceutiche; come interpretare l’atteggiamento della “casta farmacologica” dell’AIFA che non riesce mai a valutare la realtà direttamente per quello che è, senza la vidimazione burocratica di un pezzo di carta o di qualche pezza di appoggio che in questo caso è l’articolo di Lancet.

Eppure, se ci riuscisse, scoprirebbe che la realtà vera, quella non burocratica, se ne frega dell’articolo di Lancet e dimostra tutt’altro. Perché la realtà vera è quella dell’evidenza clinica sperimentata dai medici sui propri pazienti, salvati non dagli studi randomizzati, ma dalla capacità professionale, dall’accortezza e l’oculatezza con cui, valutando caso per caso, in tutt’Italia hanno somministrato questo e altri farmaci.

Dal dottor Cavanna a Piacenza a Le Foche a Roma, da Belcastro in Calabria ai camici bianchi del “gruppo Covid 19” nato su Facebook, al dottor Mangiagalli dei “100 medici in prima linea” che dichiarò: “Ci siamo lanciati senza paracadute. Non avremmo potuto prescrivere l’idrossiclorochina ai nostri pazienti… l’Aifa aveva emanato una direttiva sconsigliandone l’utilizzo… Però far morire la gente senza tentare nulla era contro il nostro codice deontologico… e comunque ci siamo presi questa responsabilità sulla base di una conoscenza clinica approfondita dei nostri pazienti. Ci siamo resi conto che il Covid è una malattia sistemica ad alta letalità e pericolosissima solo se non trattata nei primissimi giorni. E non avendo fuori dall’ospedale altri farmaci con possibile attività antivirale, abbiamo pensato che nell’emergenza l’idrossiclorochina fosse la miglior strada percorribile: a un costo fra l’altro molto sostenibile”. Ed hanno avuto ragione. Perché queste dichiarazioni fanno intuire non solo il danno alla salute provocato dallo scellerato blocco di questa sperimentazione ma anche l’errore (o la colpa?) più grave compiuto nel corso di questa pandemia: far credere che il valore taumaturgico, il miracolo della guarigione dipenda dal farmaco, mentre come anche queste esperienze dimostrano, il vero taumaturgo, quello che fa il miracolo è il medico che lo utilizza, nel modo giusto e al momento giusto, tenendo conto della specificità di ogni malato. Perché  ognuno è diverso dall’altro.

Ed è questo che accomuna il successo ottenuto con l’uso anche di altre terapie da quei medici quasi tutti più o meno snobbati dall’AIFA e dai vertici sanitari: da Ascierto a Vacca, all’equipe del plasma De Donno-Franchini-Perotti a Mantova e Pavia. Anche per il plasma, infatti, è fuorviante ritenere che è la sacca di sangue che salva la vita e che scegliere Pisa come capofila della sperimentazione equivale a Mantova e Pavia. “La selezione dei pazienti prevede un lavoro certosino… Non solo abbiamo gli esami obbligatori di legge sul plasma per essere trasfuso, ma esami aggiuntivi e il titolo neutralizzante degli anticorpi che è una cosa che facciamo solo noi qui… per cui sappiamo la potenza, la capacità che ciascun plasma accumulato ha di uccidere il virus. Ogni plasma è fatto in modo diverso perché ogni paziente è diverso, ma noi siamo in grado di sapere quale usare per ogni caso specifico”.

Queste parole di Franchini e Perotti che hanno lavorato a Mantova e Pavia, fanno capire la differenza con Pisa e sembrano sottolineare che non è corretto far credere che una sacca di sangue vale l’altra.  Perché non è il farmaco, il plasma o il vaccino, che salva il malato, ma il medico competente che individua per lui il rimedio più giusto.

O per dirla con Zangrillo: non sono 100 ventilatori polmonari in più che salvano più moribondi, ma il personale sanitario capace di farli funzionare. 

E proprio su queste esperienze e professionalità forse varrebbe la pena investire in futuro: perché, alla luce dei fatti, sembrano il patrimonio più consistente ereditato da questa pandemia.

Magari cominciando a dirottarvi una prima cifra significativa: i 130 milioni di euro promessi a Bill Gates per la ricerca di un vaccino. Anche perché sarebbe un modo per disinnescare una pericolosa e generalizzata diffidenza verso farmaci e vaccini: il cui uso oculato e consapevole guidato dalla Medicina – anzichè quello indiscriminato e di massa spinto dalle case farmaceutiche – è sacrosanto quanto innegabile.

Sarebbe un modo, insomma, per sciogliere la diffidenza e invertire quella tendenza avviata proprio dalla pseudoscienza inquinata da interessi di parte: che è la perdita di fiducia nella Scienza e nella Medicina che molti cittadini hanno vissuto sulla propria pelle in questa pandemìa. Soprattutto quelli chiusi in casa con qualcuno che gli moriva accanto, sballottati fra pareri contrastanti, abbandonati da un sistema sanitario in tilt che, presi dal panico, anche se sono sopravvissuti a quest’esperienza devastante, forse hanno perso fiducia nella possibilità di rinascita offerta da queste discipline.

Una perdita di fiducia che una società come la nostra non può permettersi. Perché la Scienza e la Medicina sono le armi contro il rischio di una nuova dittatura esercitata attraverso la presenza invisibile di un virus: e perciò è importante che il cittadino continui ad alzare le antenne, a dubitare, a confrontare e a distinguere, fino a riconoscere e sostenere ciò che è attendibile per annientare il virus.

Certo è una ricerca che comporta un po’ di fatica: ma in fondo è una fatica che arricchisce perché è uno sforzo culturale.

Uno sforzo inevitabile se non si vogliono ripetere gli stessi errori come suggerisce il titolo di questo Diario ragionato della pandemia che non intende incolpare nessuno, né fare processi: ma solo aiutare a capire dove si è sbagliato per evitare di sbagliare di nuovo.

Del resto non c’è alternativa all’impegno culturale necessario per capire: perché non hanno ancora inventato le pillole di scienza infusa. Anche se qualcuno tenta di dimostrare il contrario.