Diario ragionato della pandemia - Parte prima


8° /  Come prepararsi  all’ Autunno

In entrambi i casi, che ci sia o meno la nuova ondata autunnale, la modalità con cui prepararsi è la stessa: evitare di ripetere gli errori già commessi e mettere in campo tutto quello che clinicamente e scientificamente si è dimostrato efficace per arginare il contagio e curare gli ammalati, senza limitarsi a sperare che la nuova ondata non arrivi o che possa miracolosamente essere risolta da un improbabile vaccino. Improbabile, per i tempi: quelli necessari per l’individuazione, la messa in produzione senza gravi rischi e la distribuzione di un vaccino, come dichiarato dalla maggior parte degli esperti, rendono difficile ipotizzare che a ottobre sia già disponibile, e allungano i tempi almeno al secondo semestre del 2021. Ma improbabile anche per la specificità del coronavirus, la cui mutevolezza e instabilità già evidenziate da diversi scienziati, aggiungono nuove difficoltà alla ricerca di un vaccino idoneo: “Se il virus continua a mutare come è tipico dei coronavirus RNA, fino a che non si stabilizza è difficile avviare la produzione di un vaccino: nel senso che il vaccino individuato rischia di rivelarsi inadeguato se, nel frattempo, il virus è mutato di nuovo”.

E purtroppo queste caratteristiche generali del RNA sembrano più accentuate nel caso del nostro coronavirus: “Covid-19 è cambiato: il ceppo europeo è mutevole e più contagioso. Secondo un team di ricercatori, il Coronavirus avrebbe perso le caratteristiche cinesi mutando in un ceppo diverso, più contagioso, che sta mettendo in ginocchio Europa e Stati Uniti: il cambiamento sarebbe avvenuto il 9 febbraio in Gran Bretagna”, così titola il Giornale e gran parte della stampa a metà aprile.

Scrive, infatti, Repubblica: “Non tutti i gruppi sono uguali. Il ceppo cinese e quello europeo-americano sono ben distinguibili, grazie all’analisi dei loro genomi. In Europa e negli Usa, in particolare, leggendo l’Rna, i ricercatori hanno scoperto delle mutazioni che lo renderebbero più mutevole e potenzialmente contagioso. Le mutazioni sono state notate da un’équipe dell’università del Maryland (con il pioniere delle ricerche sull’Aids Robert Gallo e l’italiano Davide Zella), del Campus Biomedico e dell’Area Science Park di Trieste: analizzando 220 genomi del virus, fra le migliaia sequenziate e pubblicate online dagli scienziati di tutto il mondo, i ricercatori italiani e americani hanno puntato l’attenzione sulla mutazione dell’enzima della polimerasi… contro l’enzima polimerasi sono diretti molti degli antivirali usati oggi negli ospedali.”

 “Nel nostro database – scrivono sulla rivista Journal of Translational Medicine – la prima comparsa di questa mutazione è del 9 febbraio in Gran Bretagna, quando un drammatico incremento dei pazienti infettati in Europa viene registrato dall’Oms”. “Oltre a rendere potenzialmente più contagioso il virus, questo cambiamento del genoma lo rende anche più instabile… Circolando e replicandosi in un numero di individui così grande, come sta avvenendo oggi, le possibilità di mutazione non fanno che aumentare ulteriormente…

Questa instabilità è riscontrata anche da un altro studio (riportato da Salute.Fanpage): “Secondo gli scienziati dell’Università di Cambridge, ci sarebbero tre tipi di coronavirus (Tipo A, Tipo B e Tipo C) con caratteristiche differenti, ma i lignaggi sarebbero almeno 8, secondo le rilevazioni del portale NextStrain.org, dove vengono caricate le informazioni genetiche del coronavirus. Le modifiche individuate nel coronavirus e il suo tasso di mutazione sono informazioni preziosissime per gli scienziati, poiché più il patogeno muta e maggiore è il rischio che la “memoria immunitaria” legata a un potenziale vaccino o a un’infezione pregressa possano non proteggere a lungo”.

Tutto questo consiglierebbe – al di là della speranza che non arrivi una nuova ondata di contagio o che si trovi un vaccino – che è meglio attrezzarsi con tutto l’armamentario oggi a disposizione, piuttosto che fare solo scongiuri: il che significa farmaci e plasma già rivelatisi efficaci. Ma chi si deve attrezzare? Se è chiaro che la guerra si vince sul territorio, ora la palla dovrebbe passare alle Regioni: sono loro a doversi attrezzare mettendo in campo tutto quello che si è già dimostrato efficace e necessario per arginare il contagio e per curare gli ammalati. Cominciando dal potenziare il servizio sanitario pubblico, che non ce l’ha fatta a reggere l’impatto del coronavirus, perché in realtà non ce la faceva neanche prima a gestire l’ordinario: le scene degli ospedali italiani con la gente sulle barelle nei corridoi per mancanza di posti letto o le liste di attesa con prenotazioni a 2 o 3 mesi per una radiografia, c’erano già prima del coronavirus.

Per il resto, basterà aggiornare e mettere in pratica i piani pandemici regionali: nei quali c’è già dentro tutto quello che si deve fare. Dai corridoi sanitari per evitare di infettare gli ospedali, ai materiali di cui approvvigionarsi per bloccare il contagio. Magari aggiungendo ciò che non è previsto, ma suggerito dall’esperienza, come approvvigionarsi di farmaci rivelatisi efficaci, ma introvabili in pieno contagio: per esempio, l’idrossiclorochina, l’antireumatico che da quando è stato utilizzato come antivirale anche per il coronavirus, ha lasciato sprovvisto chi lo usa ogni giorno: “Perché nessuno ci ha avvertiti che il nostro farmaco, viene impiegato negli ospedali in Italia e all’estero, lasciando noialtri sprovvisti?”, si è chiesta disperata, infatti, un’ammalata su Facebook.

Il percorso che dovrebbero seguire le Regioni insomma, sembra chiaro: e andrebbe intrapreso  subito. Senza aspettare che l’ombrello del Comitato Scientifico venga chiuso alla fine della dichiarazione di emergenza prevista a luglio: perché l’emergenza sanitaria in pratica è finita. Ed è inutile ripetere lo stesso errore fatto a gennaio e febbraio: perdere tempo prezioso per organizzarsi. A meno che – come già accaduto per la quarantena che doveva durare solo 15 giorni e poi si è prolungata – si stia valutando di prolungare la durata del Comitato Scientifico, per mantenere un punto decisionale centralizzato, anche quando terminerà questo assetto costituzionale anomalo dovuto all’emergenza. Ma se qualcuno sta valutando questa ipotesi, allora sì che c’è da allarmarsi veramente per la nostra salute.  

Perché il disastro che ci siamo lasciati alle spalle, rischia addirittura di essere ricordato come “stavamo meglio quando stavamo peggio” se qualcuno dovesse appoggiare questa malaugurata ipotesi.  Chi ci ha salvato dal disastro totale, infatti, sono proprio quelli – medici e scienziati – che hanno “disobbedito” alle direttive del Comitato – e in particolare  dell’OMS, dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) e dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) – indicando strade alternative.

E alla luce di quanto accaduto nelle due ultime settimane di maggio, si intuisce perché, per il bene degli italiani, prima si torna all’assetto sanitario regionale previsto dalla nostra Costituzione, meglio sarà per tutti.