Diario ragionato della pandemia - Parte prima


6° / Che cosa significa veramente “convivere con il coronavirus”

Continuare a dare la caccia alla movida e ai cittadini che si riuniscono in gruppi all’aperto – nonostante questi prendano delle precauzioni – crea una cappa di opprimente allarmismo che non trova conferma nella pratica clinica, come dichiara il professor Zangrillo (Petrolio il 23 maggio): “I pazienti ricoverati oggi al San Raffaele non hanno lo stesso quadro clinico di quelli ricoverati due mesi fa. Quindi la situazione in questo momento si sta evolvendo in meglio: e questo va detto e non taciuto”, ammonisce Zangrillo sollevando dubbi su un allarmismo strumentale, inutilmente protratto.

Se è iniziata, infatti, la fase della convivenza con il virus, questa forse va intesa in maniera diversa da quanto propagandato finora, e più aderente alla descrizione di Ernesto Burgio: “Noi sappiamo che questo tipo di virus si trasmette nel 90% dei casi per contatto diretto, non necessariamente prolungato, per lo più in ambienti chiusi: cioè, in famiglia, in alcuni luoghi di lavoro, di intervento sanitario e comunità – spiega – La gente che va in giro per strada, nei parchi o in spiaggia, se sta un po’ attenta fa bene: perché si ossigena e non rischia di incontrare il virus, o lo incontra nelle quantità minime in cui dobbiamo sperare di incontrarlo. Non possiamo pensare, infatti, di non incontrare prima o poi questo virus: anzi, nei prossimi mesi lo dobbiamo incontrare, magari in piccole quantità in modo da permettere di immunizzarci lentamente e creare la cosiddetta immunità collettiva o di gregge. Che si crea proprio in questo modo progressivo, relativamente lento di incontrare i virus e di immunizzarsi: tutto questo è un processo fisiologico e deve avvenire. Perciò bisogna dire alle persone: ”state attenti perché il contagio avviene per contatto soprattutto diretto; lavatevi le mani, pulite le superfici con alcool, ma soprattutto non state nella stessa stanza dove c’è un contagiato.”

“Ma noi abbiamo solo chiuso tutto, e detto alla gente: “non andate nei parchi”. Ma non è la decisione più razionale e più logica, quando il virus è ormai dappertutto, impedire alla gente di camminare ed ossigenarsi al mare o sugli argini dei fiumi. Ciò che conta è la biodisponibilità di un agente patogeno nell’ambiente: e ciò dipende da tanti aspetti. Nel caso dei luoghi di lavoro, per esempio, più sono grandi, più gli operatori sono distanti, meno c’è il rischio che arrivi il virus in quantità pericolose per i singoli soggetti. Però è facile che chi lavora in questi ambienti lo abbia già incontrato e si stia immunizzando. Capite? E’ un problema quasi di dose e risposta che dobbiamo inquadrare. Chi sta nella capannina isolata sulle Dolomiti quando torna giù si trova peggio degli altri. Perché è un problema di difese, di riconoscimento e di adattamento: di adattamento co-evolutivo tra specie”.

“Il nostro sistema immunitario, infatti, è un sistema di difesa e riconoscimento adattativo: noi incontriamo i virus, li riconosciamo, li mettiamo in memoria proprio come fa un computer e a mano a mano reagiamo a loro in maniera meno violenta, meglio modulata. Allora che cosa dobbiamo fare per convivere anche con questo nuovo coronavirus che il nostro sistema immunitario non conosceva e contro il quale ha reagito inizialmente in maniera così violenta? Fare in modo che questo incontro avvenga progressivamente, lentamente, dicendo alla gente di evitare il più possibile i luoghi chiusi, di andare nei luoghi che ritiene sicuri. Quindi, giusto quello che è stato fatto per i primi 20 giorni di limitare gli spostamenti con bus, treni e soprattutto aerei. Meno giusto, protrarre questo isolamento troppo e dire alla gente tappatevi in casa.. ora basta: bisogna indicare una via intermedia e lasciare che ognuno la applichi secondo coscienza. Cioè, senza esporsi, ragionando, usando il cervello”.