Diario ragionato della pandemia - Parte prima


GENNAIO
Un mese sprecato: gli “esperti” non colgono i segnali d’allarme


È un mese decisivo in cui emerge subito in Italia la prima falla: il gap fra l’arrivo di segnali di allarme e l’incapacità di interpretarli e trasformarli con tempestività in azione concrete. Il 5 gennaio, infatti, il Ministero della Salute invia a vari enti – tra cui l’Istituto Superiore di Sanità, lo Spallanzani di Roma e il Sacco di Milano – una nota in cui spiega che il 31 dicembre la Cina ha segnalato casi di “Polmonite da eziologia sconosciuta”. E spiega anche i sintomi per riconoscere in tempo il contagio da coronavirus: che, però, non vengono trasmessi con altrettanta tempestività ai medici di base sul territorio.  

Il 9 gennaio, in Lombardia si riunisce per la prima volta l’Unità di crisi per l’emergenza.

E il 22 gennaio una circolare del Ministero della Salute invita le strutture sanitarie alla “stretta applicazione dei protocolli stabiliti in casi di epidemia, che prevedono fra l’altro:  come “definire un percorso per i pazienti con sintomi respiratori” negli ospedali e negli studi medici, in modo da non diffondere il contagio; definire le procedure per la presa in carico dei pazienti anche a casa; far “indossare DPI (dispositivi di protezione individuale) adeguati” al personale sanitario tipo “filtranti respiratori FFP2, protezione facciale, camice impermeabile a maniche lunghe, guanti per evitare che si infettino”. E viene fatta anche una previsione: che sarebbero serviti “dai 3 ai 6 set di DPI per caso sospetto, 14-15 per ogni caso confermato lieve, dai 15 ai 24 per ogni caso grave”. Già a gennaio, dunque, si sapeva quali misure adottare per non infettare ospedali e comunità per anziani: perché erano previste dal “Piano nazionale di preparazione e risposta a una pandemia influenzale” e dai “Piani pandemici regionali” di cui l’Italia si è dotata dopo l’influenza aviaria del 2003 e della cui applicazione sono Responsabili il Ministero della Salute, l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) e le Regioni. Piani pandemici evidentemente dimenticati perché “nessuno li ha seguiti” (come denuncia il “Fatto Quotidiano” il 22 marzo) “…benchétraccino utili linee guida per le varie fasi della pandemia…” Comprese, dunque, le fasi di pre-emergenza ed emergenza di gennaio e febbraio che, però, non vengono sfruttate per prepararsi. Tant’è che marzo coglie tutti impreparati. Soprattutto sul versante degli “approvvigionamenti” indicati nel Piano: “respiratori e altri macchinari necessari… per costituire una riserva superiore di antivirali, DPI, vaccini, antibiotici, kit diagnostici e altri supporti tecnici per la prima e le successive fasi emergenziali…”. 

Il 31 gennaio il Governo delibera lo stato di emergenza e 4 giorni dopo la FIMMG della Lombardia, un sindacato dei medici di famiglia, scrive alla Regione per chiedere: “avete fatto un inventario dei DPI esistenti come previsto dalle linee guida nazionali? Distribuirete le mascherine ai medici di base?” La risposta è sotto gli occhi di tutti: ben poco di quanto prescritto è stato subito attuato.

Eppure il 27 gennaio, il Presidente del Consiglio dichiara (a “Otto e Mezzo”, su LA7): “Siamo prontissimi. l’Italia è il Paese che ha adottato misure cautelative all’avanguardia rispetto agli altri, più incisive: tutti i protocolli di prevenzione possibili e immaginabili”. Ma su quali basi Conte fa queste dichiarazioni così rassicuranti? “Il Governo si è mosso sulla base delle indicazioni della scienza”, hanno sempre dichiarato Conte e il ministro della Salute Roberto Speranza. E che cosa diceva il Comitato Tecnico Scientifico che ha supportato le decisioni del Governo, composto anche da ISS, AIFA (Agenzia Italiana dei Farmaci) e OMS? Rassicuravano.

Il 31 gennaio, infatti, dopo il ricovero di due turisti cinesi allo Spallanzani di Roma e la dichiarazione dello stato di emergenza, Walter Ricciardi, ex direttore dell’ISS e consigliere del ministro Speranza per l’epidemia, dichiara (all’agenzia di informazione Sir): “La situazione è preoccupante, ma il virus, benché facilmente trasmissibile, non ha un alto tasso di letalità e il nostro Paese è ben attrezzato… per fronteggiare sia l’emergenza rapida, sia un’eventuale crisi prolungata”.

Ma oggi che questa analisi è stata smentita dai fatti, c’è da chiedersi: su quali elementi basavano le loro ottimistiche valutazioni Ricciardi e gli altri “esperti” che, anche a febbraio, hanno continuato con questo ritornello tranquillizzante?