Diario ragionato della pandemia - Parte prima


5°/ “Il virus è nell’aria”: un titolo FALSO che ha fatto danni

«Il virus è nell’aria» un titolo illustrato con la foto di una mascherina e un’altra scritta accanto: “L’OMS si prepara a rivedere le linee guida. E poiché il titolo è ciò che la maggior parte dei lettori legge, penserà che per infettarsi basti uscire di casa senza mascherina. E’ un titolo che farà molti danni”, scriveva il sito GIAP il 3 aprile.

Ed è stato profetico. “Noi invece siamo abituati a leggere gli articoli per intero, e se serve a verificarne le fonti”, continua Giap analizzando gli articoli citati come “pezze d’appoggio” di questo titolo. Eccone la sintesi: “Vengono citati in modo vago due articoli scientifici, uno apparso sul New England Journal of Medicine il 17 marzo e l’altro apparso su Jama il 26 marzo. Quest’ultimo: non è uno studio fatto direttamente sul virus Sars-Cov2, ma una ricapitolazione di scoperte sulla trasmissione di agenti patogeni tramite goccioline e aerosol…  che possono restare in aria per ore, seguendo [attenzione a quel che sta per dire, corsivo nostro, NdR] i pattern di correnti imposte da sistemi di ventilazione o aria condizionata. Stiamo dunque parlando principalmente di ambienti chiusi.

E nel paragrafo intitolato «Implications for Prevention and Precaution», non parla di camminate all’aria aperta come i titoli di alcuni giornali italiani indurrebbero a pensare, ma della maggiore distanza di sicurezza da tenere e delle precauzioni che dovrebbero osservare i lavoratori della sanità a contatto con malati di Covid-19”.

E Giap prosegue riportando una parte del testo dell’articolo scientifico direttamente in inglese, per non sollevare dubbi dovuti ad un’errata traduzione. “A medici e infermieri che curano malati converrebbe portare la mascherina anche quando stanno a più di due metri di distanza: ma si sta parlando di situazioni particolari, di ambienti chiusi dove sono presenti contagiati. E, ripetiamo, non sono studi condotti direttamente sul coronavirus. Veniamo all’articolo più vecchio. Avevamo già criticato duramente chi cercava di usarlo come pezza d’appoggio per il «divieto di passeggiare». Anche qui si parla di plausibilità della trasmissione via aerosol, ma anche in questo caso le implicazioni riguardano ambienti chiusi e grandi concentrazioni di persone. Il focus dello studio è la permanenza del virus su superfici di diversi materiali, con esplicito riferimento al contagio ospedaliero e ad assembramenti di massa: «nosocomial spread and super-spreading events». Partire da questi due articoli per titolare in maniera allarmistica «Il virus è nell’aria» è un bel balzo di tigre, non c’è che dire”, scrive Giap.

E aggiunge: “Inoltre, mentre il titolo dice «L’OMS si prepara a rivedere le norme»,  la posizione dell’OMS aggiornata al 29 marzo è qui: “Gli ultimi esperimenti che hanno rivelato possibile trasmissione in aria hanno utilizzato dei nebulizzatori ad alta potenza, che non riflettono le normali condizioni di tosse umana. Misure effettuate su pazienti covid non hanno evidenziato trasmissione”.

Le conseguenze di un titolo-spazzatura come questo preso in esame, possono essere gravi in un contesto di paura, di bombardamento mediatico e supermulte mentre la gente è sprangata in casa e si discute di «ora d’aria» per i bambini – continua Giap – Fin dal principio, divieti irrazionali si sono basati su un’idea assurda, infondata dal punto di vista virologico ed epidemiologico… non smentita con sufficiente nettezza o visibilità da medici e scienziati governativi: anzi, alcuni di loro hanno incoraggiato l’idea che il virus sia «là fuori», onnipresente e persistente, in grado di raggiungerti ovunque… Nemmeno nei boschi si può andare: c’è chi chiede di pattugliarli per stanare gli untori, chi manda i droni…”

E Giap continua facendo quella che può sembrare un’ardita capriola: “Il clima di terrore per il «babau là fuori» non nasce da un’evidenza scientifica, ancorché travisata. Non sono i titoli sbagliati sulla diffusione del virus all’aria aperta ad aver innescato la criminalizzazione di chi passeggia a un chilometro da casa. Al contrario, si confezionano quei titoli per giustificare la linea dura contro chi vorrebbe camminare in un bosco, come si confezionano ragionamenti privi di logica del tipo «se tutti passeggiassero, non si potrebbero evitare gli assembramenti». Così nascono personaggi tipo «quello che ti starnutisce in faccia». Ma a qualcuno è mai capitato davvero di andarsene a passeggio e starnutire in faccia al prossimo? O viceversa: gli è capitato davvero di camminare in mezzo a un prato e incrociare un altro escursionista che gli tossisce addosso? Il cattivaccio che ti starnutisce in faccia, ha la stessa sostanza delle leggende metropolitane”, conclude il sito.

Ma qual è lo scopo di queste leggende? Nella migliore delle ipotesi, quella di attribuire capacità terapeutiche esclusivamente al “Io resto a casa”: cioè, uno scaricabarile sul cittadino, una maniera per far dipendere il successo o meno del lock down esclusivamente dai nostri comportamenti. Un modo insomma, per minimizzare gli errori, le lentezze e le inadempienze dei “saggi” scelti dal Governo, ingigantendo le responsabilità dei cittadini.


Una leggenda metropolitana, resa più ambiguamente veritiera dai video che hanno circolato sul web entrando a far parte dello scenario più vergognoso di questa pandemìa: come il video del poliziotto che assalta la signora perché è senza mascherina o del giovane steso al sole su una spiaggia deserta accerchiato dalle forze dell’ordine come un boss mafioso. Quando abbiamo visto scene analoghe a Wuhan in Cina, ci siamo rincuorati pensando: “Meno male che noi non siamo in un regime”. Senza immaginare che le avremmo rivissute a casa nostra, in democrazia: grazie al silenzio complice dei “consiglieri-cortigiani” di Palazzo Chigi, che avrebbero dovuto fugare le ambiguità di certe notizie infondate e comportarsi di conseguenza.

Come ha fatto, per esempio, senza clamore Ernesto Burgio. Quando la SIMA – in cui era, fino a qualche mese fa, presidente del Comitato Scientifico – ha avvalorato questa tesi del “virus nell’aria” a suo avviso non sufficientemente fondata, si è dimesso con queste motivazioni: “Le mie dimissioni sono avvenute in più tempi. Inizialmente avevo inviato alla SIMA un commento critico non tanto sull’importanza dell’ipotesi (non nuova), ma sulle modalità della comunicazione. Ovvero sul pericolo di dare in quel momento come provata, un’ipotesi che da decenni è stata proposta ma mai validata; di supportare in tal modo gli sproloqui di personaggi che affermano che il virus non è un problema, ma le “nanoparticelle” SI’; di farsi utilizzare da chi (soprattutto a livello politico) SPERA di spostare su altri fattori l’attenzione della gente anziché sui fattori FONDAMENTALI che hanno realmente permesso il dilagare del virus, soprattutto nei luoghi dove il contagio dilaga incontrastato (in primis ospedali e ambulatori medici, mettendo a rischio migliaia di operatori sanitari disinformati e non protetti)”.

“In seguito, scrissi ancora alla SIMA “Ho comunque visionato il draft del progetto che non avrebbe dovuto girare sul web, in forma di position paper”. L’argomento è estremamente delicato. Mi sono occupato a lungo sia di particolato fine/ultrafine e salute umana, sia di virus e in particolare di virus ricombinanti potenzialmente pandemici. Di fronte a quanto sta succedendo nel mondo e alla reazione in buona parte sbagliata di chi pensa di risolvere un problema di pandemia chiudendo tutti in casa – anziché monitorare i contatti degli infetti e spingere gli altri a stare attenti, a respirare a pieni polmoni aria migliore di quella dei luoghi chiusi e della nostra stessa casa dove il virus è molto più concentrato – si rischia di produrre l’effetto contrario a quello che vorremmo..

Sul piano più specifico: è da un secolo esatto, cioè dai tempi della Spagnola e  dell’associazione indubbiamente corretta con lo smog di Londra, che il problema si pone. Ma fin da allora il problema era stabilire cosa fosse più importante: il ruolo del particolato come vettore (come nel progetto siglato anche SIMA)? O piuttosto il ruolo dell’inquinamento nei mesi precedenti che aveva determinato l’infiammazione persistente/cronica delle vie aeree? (il che valeva non solo per gli abitanti delle grandi città, ma per i soldati al fronte e per le popolazioni che avevano vissuto la prima grande guerra mondiale…)  Per avvicinarci alla problematica attuale, sappiamo che l’ipotesi fu proposta già per la SARS e per l’aviaria. Bisogna però sottolineare che tutto questo non è mai stato confermato fino in fondo e che soprattutto mancano i dati concernenti i recenti outbreak di virus pandemici: dati inerenti alle grandi megalopoli Pechino, New Dehli, Città del Messico (da dove era partito H1N1/2009), Hong Kong e Giacarta (dove H5N1 ha fatto panico e morti) il Cairo (dove H5N1 è arrivato).. in tutte queste situazioni pre-pandemiche gli ENORMI tassi di inquinamento e particolato non sembra abbiano pesato più di tanto… Ma soprattutto quello che sta emergendo dal grande studio WHO a Wuhan (dal quale sono partito per il lavoro che sto scrivendo) emerge chiaramente che la gran parte dei contagi avviene in famiglia, e che quindi il vero pericolo è il classico aerosol che contiene i virus.  Insomma, se lo si imposta bene, lo studio può diventare importante. Viceversa, l’idea che sta dilagando rischia di essere persino uno strumento per chi vuole ridimensionare le tremende potenzialità INTRINSECHE del virus. Inoltre alcuni media utilizzarono il comunicato SIMA per affermare che l’inquinamento veicolava il virus… e che era necessario indossare sempre le mascherine… Mentre io sottolineai in vari interviste che il problema dell’inquinamento era ben altro. Cioè che in PIANURA PADANA LA GENTE ERA STATA ESPOSTA PER DECENNI AD ALTI TASSI DI INQUINAMENTO E AVEVA QUINDI LE ARTERIE INFIAMMATE. PER QUESTO C’ERANO PIU FORME GRAVI, NON PERCHE’ IL PARTICOLATO FACEVA DA NAVETTA. Per questi motivi, mi sono dimesso dalla SIMA”. 

Questa, dunque, la posizione scientifica di Ernesto Burgio: più o meno condivisibile, ma  almeno inequivocabile. A dimostrazione che l’ambiguità non è obbligatoria: e che la coerenza e la trasparenza non sono solo optional.