Diario ragionato della pandemia - Parte prima


3°/ Strage RSA: non si risolve con le Procure, ma con le cure.

“E’ vero che il virus ha perso forza come si sente ripetere?”, chiede ancora Fazio a Crisanti

“Il virus non si misura sulla forza, ma si definisce su due parametri: la virulenza e R0 (erre zero, ndr.) che al momento non sono diminuiti. Quella che è diminuita, però, è la carica infettante. Perché si sa che in questa come in altre malattie, la carica infettante ha un ruolo fondamentale e può determinare l’evoluzione della malattia. Faccio un esempio: se io mi infetto con 10 virus, è diverso che se mi infetto con un milione di virus… Ma guardi che noi a Vo’, già due mesi fa, abbiamo evidenziato nel nostro lavoro questo aspetto della carica infettante: nel momento in cui si erano messe in isolamento le persone con grossa carica infettante, i nuovi infetti hanno avuto un decorso lieve della malattia e sono tutti guariti rapidamente. Questo, ripeto, lo abbiamo già visto due mesi fa”.

Infatti, già il 16 marzo il professor Romagnani (come riportato qui) commentando lo studio di Vo’, evidenziò quello che stanno denunciando da due mesi tutti i medici sul territorio: è cioè, che la malattia ha un decorso lieve se le persone infette vengono subito identificate con il tampone, isolate – anche nel proprio contesto, in una stanza o in una parte dell’appartamento – e curate a casa senza andare in ospedale. Com’è accaduto, per fare un esempio eclatante al segretario del PD Zingaretti: rimasto 20 giorni chiuso in una stanza del suo appartamento, con i familiari che gli lasciavano i pasti davanti alla porta e che è guarito senza gravi danni per lui, né per i suoi familiari.

Viceversa stare in un ambiente chiuso con una persona infetta senza saperlo, non solo aumenta la probabilità di essere contagiati – addirittura dell’84% – ma aumenta la carica infettante che si accumula in quello spazio: cioè la quantità di virus o carica virale, che si accumula in un ambiente chiuso dove ci sono una o più persone infette. Ed è questo uno dei parametri fondamentali che fa la differenza nel decorso della malattia. Perché, chi “si infetta con 10 virus” ha, appunto, maggiori probabilità di ammalarsi in forma lieve. Viceversa “chi si infetta con un milione di virus”, subisce una maggiore aggressione dalla quale deve difendersi: il che aumenta la gravità della malattia e la possibilità di un esito infausto.

Ma che la carica infettante abbia un ruolo fondamentale nel determinare l’evoluzione della malattia, non è una novità. L’aveva già segnalato Burgio e altri esperti in questi mesi. Per esempio la virologa Ilaria Capua da Boston, alla quale Floris  (“Di Martedì” La 7, il 14 aprile) chiede se la gravità della malattia dipenda anche dalla quantità di virus che aggredisce la persona: ”C’è un rapporto fra dose e risposta?” E la Capua risponde: “E’ evidente che un esercito di virus è più efficace (contro l’organismo ndr) di un singolo soldato”. Non sarà per questo, allora, che si muore tanto nelle RSA?

Perché se un luogo chiuso come un appartamento è un potenziale incubatore di virus, che cosa può diventare una RSA con 100 o più ospiti, se non l’incubatore di coronavirus per eccellenza? Se anche un solo ospite o un dipendente di una RSA non viene diagnosticato, isolato e curato subito, hai voglia a dire ai parenti di non andarli a trovare: la carica virale che si crea in quegli ambienti forse basta da sola per fare uno sterminio. O no? Qualcuno dovrebbe rispondere a questo interrogativo: perché se l’aumento della carica virale, aggrava la malattia, a maggior ragione in un contesto di persone fragili, la malattia ha un esito tragico.

Un esito che, però, non sembra inevitabile: al contrario, dagli SoS dei medici sul territorio è emerso che anche molte persone anziane e con la salute già compromessa da gravi patologie, se isolate in un contesto dove la carica virale è più lieve (per esempio, in isolamento nella propria casa) e subito curate, sono guarite.

Ebbene, se questa lettura del fenomeno è plausibile, viene da chiedersi: ma i “saggi” a Palazzo Chigi che dovevano suggerire, elaborare, consigliare, coordinare l’hanno capito questo passaggio o no? Come mai dopo i primi morti fra gli anziani, anche al di fuori delle RSA, non si è pensato che su queste strutture – come sugli ospedali – doveva concentrarsi la massima attenzione? E poiché le RSA sono comunque un numero limitato e facilmente identificabile sul territorio nazionale, c’è da chiedersi: non sarebbe stato opportuno intervenire PRIORITARIAMENTE facendo subito, là dentro, i tamponi a tutti, isolando gli eventuali casi infetti, sanificando gli ambienti, preservando – e soprattutto CURANDO – tutti gli altri?

Perché se questo non è avvenuto tempestivamente, se il personale è stato lasciato solo a se stesso, senza input, direttive e adeguati supporti sanitari, è difficile elaborare una strategia di contenimento in ambienti che, a quanto pare, sono dei moltiplicatori di coronavirus: sono “polveriere del contagio”.  Addirittura alcune RSA hanno cercato di attrezzarsi per tempo con una scorta di mascherine e altri presidi terapeutici, ma se li sono visti sfilare sotto al naso dagli “esperti” di Palazzo Chigi, che glieli hanno requisiti per dirottarli negli ospedali, come racconta il bellissimo reportage di Atlantide (“Effetti collaterali” su La 7)

Un reportage da vedere: perché fa capire esattamente che cosa significa gestire gli ospiti di case per anziani sulle quali oggi si stanno concentrando le indagini delle Procure. Indagini da indirizzare, invece, più che sul personale delle RSA, sui vertici della Sanità italiana che avevano il dovere e la responsabilità di intervenire per fermare questa strage.