Diario ragionato della pandemia - Parte prima


Meglio una cura oggi o morire in attesa di un vaccino domani?

Sgombrato il campo da dibattiti pretestuosi e protagonismi ingiustificati, forse andrebbe posto qualche quesito al Governo del tipo: perché il Comitato Scientifico non ha incentivato il ricorso ai tamponi e alle cure possibili per diminuire le sofferenze e il numero di morti? A chi risponde l’Agenzia del Farmaco nel fare le sue scelte? Non sarebbe più opportuno, in una società democratica, rispondere a queste domande senza aspettare che lo faccia la Magistratura sollecitata dai parenti delle vittime?

In attesa di risposta, con la nuova chiave di lettura fornita nel capitolo precedente si può  “rileggere” che cosa si nasconde dietro il paravento delle procedure con le quali è stato negato l’accesso alle cure precoci e al plasma iperimmune. In particolare, già dalle prime interviste, De Donno e i suoi colleghi di Mantova e Pavia, raccontando degli straordinari risultati ottenuti con le trasfusioni del plasma dei guariti, dichiarano con una punta di sarcasmo: “La terapia funziona ma nessuno lo sa. In questo strano cortocircuito tra scienza, politica ed informazione, accade…Speriamo che non ci fermino…”. Allora non era ancora scoppiata alcuna polemica: per cui la frase suonò strana. Perché avrebbero dovuto fermarli?

Poi cominciò a montare sempre di più l’interesse e l’entusiasmo dell’opinione pubblica che sperava nella fine di un incubo, grazie al vaccino naturale, pronto subito. Ma ecco, come una doccia gelata, arrivano i NAS a spegnere l’entusiasmo dell’equipe di De Donno. Chi li ha mandati? De Donno ha detto a Porta a Porta che hanno fatto il loro dovere e constatato che era tutto in regola: in particolare, spiegò che la cura di Pamela – la signora incinta curata con il plasma, pur non essendo inserita nei 48 pazienti ammessi al protocollo sperimentale – era stata autorizzata dal Comitato etico. Quindi la procedura era a posto. Poteva salvarla.
Così, però, si è compiuta una perfetta operazione di distrazione di massa. De Donno e colleghi, infatti, con il plasma dei guariti, oltre alla cinquantina di persone, hanno salvato la vita a una mamma e al suo bambino: una cosa straordinaria, meravigliosa, che avrebbe dovuto far fare a tutti salti di gioia. Ma gli organi di controllo si preoccupano solo di una cosa: se era stato autorizzato a salvarla!? Perché sono stati gli organi di controllo – AIFA, ISS, Ministero della Salute – a mandare i NAS: chi se no? Solo chi sapeva come funziona l’iter delle procedure poteva fare questa – per chiamarla con il suo nome – soffiata. Ma a quale scopo? 

Ora in un Paese che ha la possibilità e la voglia di esercitare la democrazia, si sarebbe scatenato un putiferio per avere una risposta a questo interrogativo. Invece, in un Paese stremato da due mesi di quarantena, da migliaia di morti trasportati nei camion militari in processione, preoccupato per un futuro pieno di interrogativi sospesi, questo non è accaduto. Durante l’interruzione pubblicitaria della famosa trasmissione a “Porta a Porta” dopo il confronto con il professor Ippolito, De Donno non è più tornato per spiegare il protocollo. Ed è sparito non solo da lì: per due giorni non risponde al telefono e i suoi profili su Facebook sono oscurati. Quando riappare, spiega questo silenzio come una sua scelta, dovuta al bisogno di una pausa di riflessione fuori dal clamore mediatico (meglio dire, poliziesco) degli ultimi giorni. E lo dice in un video che sembra un commiato: “ringrazio tutti”. E giù un lungo elenco di nomi: evocati così, uno dopo l’altro, non si sa se come compagni di sventura o come possibili testimoni di una vicenda talmente inquietante che forse un domani potrebbe anche attirare l’attenzione della magistratura.

Così lo scandalo prima rimane sospeso; poi a mano a mano che i riflettori mediatici si spengono, oscurato; infine, sopraffatto da altre notizie, accantonato e dimenticato.

Ma forse i nostri vertici sanitari hanno solo preso tempo per trovare la soluzione alternativa: “Istituto Superiore di Sanità e Agenzia italiana del farmaco hanno avviato uno studio nazionale comparativo (randomizzato) e controllato per valutare l’efficacia e il ruolo del plasma ottenuto da pazienti guariti da Covid-19 con metodica unica e standardizzata”, si legge nel Comunicato dell’AIFA che annuncia la sperimentazione approfondita di cui aveva parlato Ippolito. Che, in realtà, più che “avviare” qualcosa, mette una pausa, rallenta tutto. Per poi ripartire, quando magari non serve più o con qualcun altro al volante e in un’altra direzione: come sembra accaduto anche questa volta. 

AIFA e ISS, infatti, informano che a guidare lo studio clinico nazionale sul plasma iperimmune “sarà l’Azienda ospedaliera universitaria di Pisa e non gli Ospedali di Mantova e Pavia, dove la sperimentazione è partita da tempo: i quali, invece, avranno un ruolo del tutto marginale” (riporta www.startmag.it). Come mai? Il Fatto Quotidiano scrive che lo studio di Pisa “è stato annunciato ai primi di aprile, ma di fatto non è mai partito… solo un paziente è stato trattato nell’ambito di quel protocollo sperimentale e altri 4 fuori da protocollo”.

In uno studio clinico di tale portata – precisa Startmag – in cui i tempi sono essenziali, sarebbe stato più logico scegliere chi sul fronte era in una fase più avanzata: come il Policlinico San Matteo di Pavia, primo istituto a testare ed avviare un protocollo per la plasmo-terapia… o l’Ospedale Carlo Poma di Mantova, dove a seguire la sperimentazione è il professor Giuseppe De Donno. Sembra essere più avanti di Pisa perfino Padova, dove è in corso una sperimentazione con il plasma che ha dato “buoni risultati”.

Anche De Donno resta sbalordito: “Io non ho saputo nulla di questo protocollo di ricerca. Non ci hanno neanche avvisato”.

Così AIFA, ISS ed alcuni “esperti”, dietro il paravento delle procedure, hanno rallentato e alla fine evitato l’utilizzo del plasma iperimmune. Con quali tesi? Che la plasmaterapia sia una pratica da sperimentare: benché sia una terapia antica, cui si ricorre proprio durante le epidemie in quanto la risorsa più efficace e disponibile di anticorpi idonei a combattere quella specifica epidemia. O con la tesi che il plasma sarebbe una risorsa limitata: benché in questo caso basta e avanza. Basta a salvare subito quei disgraziati incatenati nelle terapie intensive; basta a fermare subito il pallottoliere dei 100-200 morti al giorno, che sono diventati “un successo” solo perché prima erano 1000; e avanza anche per futuri focolai e per una nuova ondata di contagi se si fa in ogni regione una banca del plasma.


Ma non c’è verso.  Il 4 maggio decolla la Fase 2 e la graduale uscita dalla quarantena: ma delle possibilità di cura e delle strategie per affrontare senza rischi la ripartenza sembra non sia arrivato nulla alle orecchie del Governo, a quelle dei “saggi” che lo affiancano, ai politici, all’opinione pubblica. La sensazione è che questo straordinario patrimonio di esperienze cliniche e scientifiche accumulate dai medici italiani in appena 2 mesi, sia finito contro un muro.

A fine aprile, infatti, tutti i telegiornali della sera riportano la frase di Conte: “Dovremo andare avanti così fino a quando non ci sarà un vaccino, pronti a chiuderci di nuovo in casa se dovesse esserci una recrudescenza del contagio”. Una tesi preoccupante. Perché dà la sensazione che la “scienza che governa” ritiene un miracoloso vaccino di là da venire, l’unica soluzione per liberarsi dalle catene del coronavirus: una soluzione assurda, perché nessuna epidemia in corso si è mai fronteggiata con un vaccino che, per essere utilizzato senza rischi, richiede tempi lunghi di preparazione e sperimentazione.

Dalle comunicazioni del Governo e del suo Comitato Scientifico, invece, sembra che in attesa di un vaccino, il “distanziamento sociale + mascherine + lavarsi le mani” sia l’unica strategia praticabile: mentre l’uso ampliato e mirato dei tamponi e delle altre terapie da usare precocemente per abbassare il numero dei morti fino a bloccare l’epidemia, sembrano tenute in scarsa considerazione.

Tant’è vero che, alla vigilia della graduale riapertura, le perplessità sulle motivazioni scientifiche delle direttive governative non sono diminuite.

Anzi, le direttive sono diventate indecifrabili, come sottolinea il giornalista di Radio 24, Sebastiano Barisoni (ospite a “Ottoemezzo”): “Il Governo non può tacere: ci deve dare almeno una risposta sul perché delle sue scelte. Ci deve dire chiaramente se vuole adottare o meno i tamponi. E se non vuole adottarli ci deve dire il perché: perché mancano, perché non li ritiene validi o per qualsiasi altro motivo… MA DEVE DARE UNA RISPOSTA”.

Ma la risposta non arriva. E questo sembra il sintomo di un’altra e più grave malattia: l’accentramento delle competenze scientifiche in un unico Comitato che ha determinato una serie di distorsioni nell’informazione, nel confronto scientifico, nella chiarezza e trasparenza. E il risultato è una sorta di  “Minculpop” che sulle motivazioni scientifiche alla base delle scelte governative, non ha mai dato una chiara risposta come sarebbe fondamentale in un Paese democratico.  

Al contrario, gli “scienziati” del Comitato con il protrarsi della quarantena, sono diventati una sorta di esclusivi depositari e dispensatori della verità scientifica: o almeno dell’unica verità scientifica di cui sembra tenere conto il Governo per decidere ogni passo che ci è concesso fare. Anche su decisioni, dunque, che limitano enormemente la privacy, la libertà di movimento e i diritti costituzionali. E di passo in passo, il Comitato Tecnico Scientifico provvisorio, messo su da Conte per l’emergenza, sembra diventato una sorta di filtro fra il Governo e il resto della Scienza e della Sanità italiana.

Un filtro o addirittura un muro che separa due realtà: da un lato la realtà dell’emergenza vissuta in una cabina di regìa dai “saggi” al Governo e dai loro “fiancheggiatori” che ne avvalorano le scelte strategiche sui social e in tivù; dall’altro la realtà di tutti quei medici e ricercatori che non hanno il tempo di far valere le proprie ragioni sul piccolo schermo, perché troppo impegnati a parare i colpi del coronavirus che aggredisce i loro pazienti e ai quali fanno scudo anche con il proprio corpo.

Due realtà “scientifiche” che si confondono, che apparentemente sembrano la stessa, ma sono distinte, separate da un muro di incomunicabilità. Soprattutto quando la strategia suggerita dal ristretto Comitato e dagli organismi che ne fanno parte, si rivela sbagliata: e a farlo notare è l’enorme numero di quelli che vivono l’emergenza sul campo i quali, inascoltati, possono solo “disobbedire” (più o meno apertamente) e lanciare appelli…

Insomma a poco a poco questo accentramento di “scienza” e “potere” nella task force di Palazzo Chigi, al di là delle buone intenzioni, si rivela un flop. I “pieni poteri” dati al presidente del Consiglio, privi di un valido supporto scientifico, non sono riusciti a salvare un maggior numero di persone, a ridimensionare meglio il contagio, ad accorciare i tempi della quarantena, e a ridurre i danni economici, pur essendoci in Italia tutte le potenzialità cliniche e scientifiche per farlo.  Così l’accentramento a livello nazionale di un sistema sanitario strutturato su competenze e responsabilità regionali, si sta protraendo inutilmente e pericolosamente da troppo tempo.

 All’inizio, infatti, tutti hanno acconsentito ad accentrare a Palazzo Chigi la maggior parte delle decisioni: ritenendo che si potesse fare prima e meglio nell’unificare le strategie anti-contagio, centralizzare gli acquisti di presidi sanitari, ventilatori, mascherine, tamponi per velocizzare le procedure. Ma a mano a mano che questa centralizzazione improvvisata faceva emergere nuove difficoltà operative, sono sorte altre task force – capeggiate dai vari Arcuri, Colao, ecc. – per colmare le relative lacune. Un tentativo forse lodevole negli intenti, ma fallimentare nei risultati.

Perché trasformare in quattro e quattr’otto un sistema sanitario regionale (già carente) in un’efficiente macchina sanitaria nazionale coordinata da improvvisati Comitati di esperti e inaugurando il tutto durante un’emergenza sanitaria senza precedenti, non poteva che rivelarsi velleitario.

Anche perché alcuni suoi componenti come l’OMS, l’ISS e l’AIFA – organismi poco agili, burocratizzati, condizionabili da interessi politici ed economici – inseriti, a loro volta, in un’entità elefantiaca come quella dei 20 membri del Comitato Tecnico Scientifico e delle altre task force ha prodotto una macchina da guerra farraginosa, impedita nei movimenti, poco efficiente. Una macchina burocratica più attenta alle “procedure” che ai risultati: impacciata nel gestire una situazione eccezionale. Troppo lenta nel cogliere al volo i segnali di allarme e i suggerimenti concreti che arrivano da una realtà emergenziale che spara a razzo, e in continuazione, nuovi elementi da elaborare. Una macchina, quindi, incapace di effettuare inversioni di rotta e avviare nuove strategie da rispedire velocemente nei luoghi del contagio. Questo almeno sembra emergere dagli inutili tentativi dei medici di stabilire un contatto dalle loro trincee, con la centrale di Palazzo Chigi che anziché velocizzare l’azione, è diventata un intoppo.

Ormai non fanno più notizia le attese per le mascherine, la carenza di tamponi, i disguidi sugli ordini, le Regioni che dopo avere atteso inutilmente questi e altri presidi sanitari dalle task force si sono arrangiate autonomamente, anche per la ripartenza. Tant’è che il 7 maggio, a riapertura già avviata, viene segnalato a Ottoemezzo (su LA7) che in Italia non si è ancora trovato chi sia in grado di coprire il fabbisogno nazionale di test sierologici: per cui li si manda a fare a Grenoble in Francia. Insomma l’accentramento di “scienza” e “potere” a Palazzo Chigi si è rivelato deludente ed inquietante: perchè è stato un accentramento di potere più che di scienza.

Nonostante il sacrificio enorme chiesto agli italiani con “Io resto a casa”, il numero dei contagiati e dei morti è sceso di poco rispetto a quasi due mesi di lockdown: e da quello che è emerso fin qui, si è capito il perché.

Il CTS non ha mai dichiarato in maniera trasparente le motivazioni scientifiche delle sue scelte che, a causa di questo anomalo accentramento, stanno condizionando nella direzione sbagliata tutte le Regioni. Allo stesso tempo,  il Governo non dà conto ai cittadini delle scelte perché scarica sugli scienziati l’individuazione dei percorsi anti-contagio da seguire – “lo ha detto la scienza” è ormai il lasciapassare governativo –  i quali però, dialogano solo con il Governo senza dar conto ai cittadini: che perdono la salute, la vita, il lavoro, senza avere diritto di sapere niente. Se non che è tutta colpa del coronavirus.

Eppure sarebbe ora di conoscere quali consulenti all’interno o all’esterno del Comitato scientifico hanno suggerito l’attuale strategia sanitaria: su quali basi il Presidente del Consiglio e il Ministro della Salute l’hanno accolta.  

A questi interrogativi il Governo prima o poi dovrà rispondere: perché, se oggi si contano i morti e i danni del disastro economico, ormai è chiaro che la responsabilità non è solo del coronavirus ma anche degli errori commessi finora. E proprio per non commetterli di nuovo, bisogna  capire fino a che punto certe decisioni sono state prese per errore e incompetenza o sono frutto di suggestioni ed interessi ammantati di scientificità, ma finalizzati ad altro.