Diario ragionato della pandemia - Parte prima



I retroscena di una “scienza” litigiosa

Il filo conduttore di questo “giallo virale” sembra essere sempre più l’impossibilità di fare arrivare ai livelli alti della gestione politico-sanitaria le conoscenze per un’efficace strategia anti-contagio. Le voci di esperti competenti ma dissonanti dalla linea governativa, non riescono, infatti, a farsi sentire o vengono relegati nella categoria dei dissenzienti e “negazionisti” da altri membri della comunità scientifica divisa, al suo interno, da interessi contrastanti: “che si trasformano in battibecchi i quali, a loro volta, diventano un fastidioso vocìo di sottofondo che avvolge anche le voci discordi in un indistinto clamore”. Con queste parole Ernesto Burgio spiegò nell’ormai arcinota intervista ad Onda Rossa, perché le informazioni scientifiche corrette rimanevano isolate: “Il clamore che sovrasta tutto, genera confusione ed è quasi impossibile fare una corretta informazione – spiega Burgio – Ma questa deprecabile situazione è dovuta a personaggi poco competenti, ma che si ritengono grandi esperti, e mandano messaggi a tutti, anche on line… In realtà questi sanno poco o nulla di un virus ricombinante pandemico o potenzialmente tale, eppure sparano stupidaggini … Gli addetti ai lavori possono anche dimenticarli subito, ignorarli: ma è importante capire che hanno avuto ed hanno un ruolo pernicioso. Perché – anche inconsapevolmente perché non sono particolarmente intelligenti – creano difficoltà a chi cerca di informare correttamente”.

Un azione di disturbo estremamente dannosa in un momento in cui l’umanità, in preda al panico, vorrebbe avere qualche certezza dalla scienza: che, a sua volta, dovrebbe aiutare a superare la paura invitando tutti alla ragione per analizzare i dati accertati. Viceversa i battibecchi della comunità scientifica si rivelano devastanti: anche perché c’è chi approfitta del caos mediatico. Perciò forse vale la pena approfondire i battibecchi di questa “scienza” litigiosa. Partendo, per esempio, dai retroscena che hanno caratterizzato inizialmente l’utilizzo dell’eparina: l’anticoagulante che, come si è visto, ha rivoluzionato la cura e le diagnosi delle morti per coronavirus quando si è intuito che: “Il problema è cardiovascolare, non respiratorio… perché innanzitutto devi sciogliere, anzi prevenire, queste trombi. Serve a poco ventilare un polmone dove il sangue non arriva. Anzi: con la ventilazione forzata la situazione peggiora”.

Ebbene, inizialmente questo scambio di informazioni fra medici avviene nell’anonimato: per evitare invidie, stroncature, intoppi di vario genere, compresi quelli burocratici che rischiano di rallentare la corsa per la vita. Timori a quanto pare giustificati, visto che l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) appena ha notizia dell’uso dell’eparina, si preoccupa subito del rispetto delle procedure inviando una nota in cui si chiede di: “Verificare la sicurezza e l’efficacia dell’eparina nella cura di Covid 19…”sottolineando “l’urgente necessità di studi randomizzati che ne valutino efficacia clinica e sicurezza per Covid 19”.

E anche il timore di “stroncature” da parte dei colleghi sull’uso dell’eparina, viene confermato:  “Da qualche giorno mancava una bufala sul coronavirus ed è puntualmente arrivata….Sì, perché gira una lettera di un ipotetico cardiologo… un genio che ha capito tutto mentre l’intero mondo si sbaglia e che, guarda caso, ha anche trovato la soluzione: una cura semplicissima, quasi banale, che risolverebbe il problema… Ma è una scemenza di proporzioni immense, lo scritto mette insieme alcune cose vere con altre scemenze olimpioniche e arriva a conclusioni che definire senza senso è generoso… Ricordatevi, le notizie di nuove cure non arriveranno su WhatsApp, dalla chat dei genitori della scuola o dei giocatori di calcetto, ma le troverete nelle riviste scientifiche e noi di Medical Facts ve le racconteremo in maniera istantanea”.  

Queste parole sono di Roberto Burioni, il virologo che, appunto, conduce un suo sito internet “Medical Facts” dal quale diffonde giudizi sulla scienza e gli scienziati: distinguendo i buoni dai cattivi, i bravi da quelli scadenti, i veri scienziati dai ciarlatani, le notizie scientifiche dalle bufale. E poichè Burioni fa questa “divulgazione scientifica” sia attraverso “Che Tempo che fa”  su Rai 2, una delle reti ammiraglia del servizio pubblico, dove è ospite fisso tutte le domeniche da inizio pandemìa; sia attraverso la sua associazione “Patto trasversale per la scienza” nata per difendere e distinguere la “vera scienza” dalla “pseudoscienza”, che annovera fra i firmatari scienziati, politici e cittadini; le sue dichiarazioni vengono ritenute credibili dall’opinione pubblica.

Nell’ambiente della medicina e della scienza, invece, molte affermazioni di Burioni fatte con toni tranchant che non ammettono dubbi, non sono accolte con altrettanto favore. Anche perché spesso si sono rivelate infondate.

Come quella del 2 febbraio (sempre a Che Tempo che fa) in cui dichiarò: In Italia il rischio è zero. Il virus non circola. E questo non avviene per caso, ma perché si stanno prendendo delle precauzioni”. Nei mesi successivi Burioni, per giustificare questa cantonata, dichiarò: “Qualunque esperto può sbagliare”, riferendosi ad altri esperti che avevano sottovalutato il virus. Ma non a tutti viene riservato lo stesso trattamento: non tutti vengono “perdonati” come ha fatto Burioni con sé stesso.

Maria Rita Gismondo, per esempio, è stata pesantemente criticata per avere affermato: Si è scambiata un’infezione appena più seria di un’influenza per una pandemia letale.” Per questa frase la direttrice del Laboratorio di microbiologia clinica, virologia e diagnostica delle bioemergenze dell’ospedale Sacco di Milano, venne attaccata da Burioni con toni così volgari e sprezzanti nei confronti di una studiosa, da suscitare proteste e imbarazzo non solo nell’ambiente medico: tant’è che dovette scusarsi pubblicamente per il modo offensivo in cui aveva “trattato una collega”. Sembrava finita lì.

Invece, Burioni dopo avere lanciato la pietra, ritira la mano: ma la lapidazione della Gismondo non si arresta e continua sul “Patto per la Scienza” che, partendo dalla frase infelice della Gismondo, lancia addirittura una diffida legale contro di lei, gettando un’ombra inquietante sulla sua figura e sulla sua carriera. Ecco come riporta il 22 marzo la notizia “Il Fatto Quotidiano”: “L’associazione Patto trasversale per la scienza (Pts) ha inviato una diffida legale alla ricercatrice “per le gravi affermazioni ed esternazioni pubbliche sul coronavirus, volte a minimizzare la gravità della situazione e non basate su evidenze scientifiche “. Pts chiede a Gismondo di “rettificare alcune sue affermazioni che possono indurre la popolazione a violare i precetti governativi, con nefaste ricadute in termini di salute pubblica, soprattutto perché provenienti da un medico con responsabilità istituzionali nella regione più colpita d’Italia”. Gli affiliati al Pts contestano alla microbiologa “affermazioni” che, secondo loro: “…rischiano di turbare l’ordine pubblico, come previsto dall’articolo 656 del codice penale (Pubblicazione o diffusione di notizie false, esagerate o tendenziose, atte a turbare l’ordine pubblico)”. E chiedono alla Gismondo di “rettificarle immediatamente” invitandola ad “astenersi dal diffondere notizie se non supportate da evidenze scientifiche… La missione del Patto per la Scienza è chiara – aggiungono – difendere il cittadino dalla diffusione di atteggiamenti anti-scientifici e difendere l’onorabilità e la credibilità della comunità scientifica. ‘Chi oggi, in una situazione di emergenza, indossa un camice – aggiunge nel finale della diffida Pier Luigi Lopalco, presidente del Patto per la Scienza – gode anche di una ribalta pubblica, deve riporre nelle sue dichiarazioni un’estrema cautela”.

La Gismondo stupita di tanta ingiustificata violenza verbale si limita a dichiarare all’Adnkronos: “Se chiedono a me di fare un passo indietro sulle mie dichiarazioni, devono farlo anche per quelle del virologo Pregliasco, di Ilaria Capua e del direttore dell’Oms… Inoltre non sono mai stata in un tavolo governativo e non posso aver influenzato nessuna decisione.”

Ma prima di chiudere questa parentesi e riaprire quella dell’eparina rimasta sospesa, bisogna dire che le dichiarazioni di Burioni e del “Patto per la Scienza” colpiscono per almeno due aspetti. Primo, per il tono inquisitorio, quasi intimidatorio, tipo Tribunale della “Santa Inquisizione” che, come il coronavirus, sembra avere fatto il salto di specie arrivando direttamente dai tempi di Galileo ai giorni nostri, per giudicare e condannare gli scienziati “dissenzienti”: non si sa bene a che titolo e con quale diritto.

Secondo: Burioni e il Patto Trasversale per la Scienza utilizzano due pesi e due misure per valutare gli errori propri e quelli dei colleghi. La Gismondo, infatti, che ogni tanto esprime il suo parere di esperta attraverso una rubrica sul “Fatto Quotidiano”, viene diffidata legalmente per avere “turbato l’ordine pubblico”. Burioni, invece, che ha diffuso (e diffonde) notizie altrettanto erronee attraverso tre amplificatori ben più potenti – il suo sito Medical Facts, la Rai e le migliaia di sottoscrittori del Patto della Scienza, alcuni dei quali con un notevole “peso” politico e scientifico – viene assolto.

Come per la Gismondo, si può immaginare, dunque, la reazione dei medici che a marzo in tutt’Italia stavano constatando l’efficacia dell’eparina per salvare vite umane, nel sentirla definire da Burioni “una scemenza di proporzioni immense”: accompagnando il tutto con la solita lezioncina da buon padre di famiglia “… Ricordatevi, le notizie di nuove cure non arriveranno su WhatsApp… ma le troverete nelle riviste scientifiche e noi di Medical Facts ve le racconteremo in maniera istantanea”.

Una sentenza che suona come una provocazione e inevitabilmente apre un dibattito acceso su stampa e social fra favorevoli e contrari, aumentando la confusione e lo sconcerto nell’opinione pubblica. Alcuni giornali e siti on line provano a fare un po’ di chiarezza. In una serie di articoli, per esempio, City Week approfondisce le posizioni scientifiche contestate, sottolineando una stranezza: “queste tesi ampiamente avvalorate dai clinici… e confermate dalle autopsie… inspiegabilmente non hanno fatto breccia nella comunità scientifica che affianca il governo nell’emergenza”. Per poi tratteggiare con ironia la figura di Burioni: “…  il più ascoltato tra gli esperti, in televisione ininterrottamente da due mesi a propinare le sue infallibili conoscenze e ad ammonirci sulla letalità del virus che si combatte solo stando chiusi in casa in attesa del vaccino miracoloso,  Burioni che sentitosi evidentemente punto sul vivo, decide di intervenire sulla vicenda dal suo magazine online di informazione scientifica e debunking delle fake news, “Medical Facts”, non lasciando ‘scampo’ al malcapitato (gruppo di medici anonimi ndr) sottintendendo, ovviamente, di essere lui l’unico ‘illuminato’ a poterne bollare la veridicità e l’eventuale efficacia. Eppure – ironizza City Week – Burioni, lo scienziato in odore di  “grembiulino” tenacemente impegnato nel business della Sanità come raccontato in una lunga e brillante inchiesta de “La Voce delle voci” di Andrea Cinquegrani è lo stesso che aveva detto che il Covid 19 non sarebbe mai arrivato in Italia… Lo stesso che ha dato del ‘cretino’ anche a Giulio Tarro che di recente ha dichiarato che per il Covid 19 non è necessario alcun vaccino. Lo stesso che continua a imperversare sui media approfittando dell’occasione per promuovere il suo instant book dal titolo, guarda un po’, “Virus, la grande sfida”. Senza ritegno”.

Eh sì… In effetti, dopo una prima cantonata sul coronavirus “che non arriverà mai in Italia”, e una seconda sull’eparina “scemenza di proporzioni immense”, Burioni demonizza anche il virologo 82enne Giulio Tarro di recente intervistato sull’evoluzione di questa pandemia. “Se Tarro è stato candidato al Nobel, allora io sono Miss Italia” ha subito commentato Burioni , con lo stile riservato agli scienziati che non la pensano come lui o non sono affiliati al suo “Patto”: ai quali, invece, riserva grande considerazione. Tant’è vero che quando il giornalista tenta di entrare nel merito della critica di Burioni a Tarro – “Allora Parliamo del professor Tarro….” – Burioni risponde: “No. Quelli con cui mi confronto sono il professor Lopalco, il professor Silvestri… Con Tarro, ci parli lei». Due nomi, forse citati non a caso: perché il professor Silvestri è il co-fondatore del Patto per la Scienza e il professore Lopalco ne è il presidente. Così, questi che la pensano allo stesso modo si accreditano a vicenda sui media dove, invece, vengono screditati quelli che la pensano diversamente. Sempre in nome della difesa della scienza, ovviamente.

Per questi paladini dell’autentica scientificità, infatti, Tarro è un “falso scienziato” perché ha più volte sollevato perplessità sul ricorso troppo frequente e indiscriminato alle vaccinazioni; Burioni invece, ha fatto del ricorso ai “vaccini” a tutto spiano, la sua bandiera, uno dei capisaldi del Patto per la Scienza, un dogma indiscutibile sintetizzato nel titolo di un suo libro “Il vaccino non è un’opinione”.

Ma non è finita lì: come per la vicenda della Gismondo, anche in questo caso, Burioni, con la battuta sul “Nobel e Miss Italia”, si limita a lanciare il sasso dal palco mediatico. Ma la vera sassaiola contro Tarro arriva dal “Patto per la Scienza” che fa proprio un comunicato della SIICA (Società Italiana di Immunologia, Immunologia Clinica e Allergologia) presentandolo come segue: “La SIICA che annovera tra i suoi iscritti alcuni dei migliori ricercatori italiani, non si limita ad organizzare eventi per medici e scienziati ma, con grande merito, anche incontri per cittadini e studenti come l’Univax Day (un evento interamente dedicato alla diffusione dei vaccini fra gli studenti ndr). La SIICA ha preso, con il comunicato allegato, una posizione netta che condividiamo e  vi invitiamo a leggere qui…”

Ed ecco in sintesi, il comunicato della SIICA diffuso dal Patto per la Scienza: “Il bailamme mediatico che accompagna il dramma epocale di COVID-19, non si è privato della comparsa di Giulio Tarro, scienziato di modestissima caratura, autoproclamatosi candidato al premio Nobel per scoperte ignote alla comunità scientifica, falso esperto che ha, ad esempio infilato nella trasmissione “Non è l’arena” una serie di opinioni personali fra sciacallaggio e becero ottimismo. Chi cita le sue opinioni o lo interpella avrebbe il dovere di controllare il suo curriculum scientifico o almeno Wikipedia, dai quali sarebbe venuto a conoscenza che buona parte di quanto abbia detto risulta essere falso…”

E dopo questo esordio, si passa a sminuire la figura di Tarro e la maggior parte dei riconoscimenti da lui ricevuti definiti “predatory prizes, l’equivalente insomma delle fake news in rete… Il caso Tarro è un’occasione per sottolineare… quanto sia necessario che chi ha la responsabilità della comunicazione nei media verifichi l’affidabilità della fonte, la correttezza delle affiliazioni e dei crediti scientifici, a salvaguardia del pubblico, dei pazienti, dei ricercatori e del personale sanitario in prima linea”.

Gli accenti, ancora una volta sono da fanatici di una guerra di religione… in difesa della Scienza. Paradossalmente, infatti, la scienza – emblema della razionalità – viene difesa dalla “religione della scienza” esaltazione dell’irrazionale. Quanto al tono intimidatorio è esteso anche a “… chi ha la responsabilità della comunicazione nei media”: perché la stampa dovrebbe “verificare” la storia di ogni scienziato prima di citarlo.  

Allora, proprio per seguire questo suggerimento, siamo a andati a vedere che cos’è la SIICA “La Società Italiana di Immunologia, Immunologia Clinica e Allergologia” accreditata dal Patto della Scienza: costituita il 26 maggio 2016, con sede a Milano in via Fra Cristofaro 14 D, è una società di 700 membri, di cui 306 soci effettivi, 380 corrispondenti e 14 soci onorari.

Da non confondere, dunque, con la SIAAIC “La Società Italiana di Allergologia, Asma e Immunologia Clinica” punto di riferimento degli allergologici italiani che dal 5 al 7 luglio 2020 si sono riuniti a Bari per il XXXIII congresso nazionale (qui il programma).

Da non confondere, perché anche i “logo” delle due organizzazioni sono molto simili: forse perché la “SIICA” di recente costituzione citata da Burioni, lo avrà disegnato ispirandosi al logo della ben più antica e rinomata Società di Allergologia nazionale “SIAAIC”.

Infine quanto al suggerimento di verificare “la correttezza delle affiliazioni e dei crediti scientifici… consultando … almeno Wikipedia”, val la pena ricordare che Wikipedia non ha alcuna validità scientifica perché – come si legge accanto alla sua intestazione – “è un’enciclopedia online, libera e collaborativa” sulla quale può scrivere chiunque “senza neanche bisogno di registrarsi, formata da volontari che possono contribuire alle voci esistenti o crearne di nuove”. Perciò chiunque può aggiornare il curriculum, per esempio, di Giulio Tarro postando un articolo elogiativo o denigratorio, come può verificare ognuno cliccando sul titolo e il numero corrispondente. E ognuno scoprirà così che anche la SIICA citata dal PTS, ha pubblicato articoli critici su Tarro: a loro volta ripresi da altri organi di stampa che – da un “copia e incolla” all’altro – hanno formato su Wikipedia una lunga “catena di Sant’Antonio denigratoria”, priva di alcun valore scientifico.

Il risultato, però, è inquietante: perché oggi il curriculum di Tarro su Wikipedia risulta profondamente alterato (con inserti per lo più inseriti nell’aprile 2020) che tratteggiano un Tarro completamento diverso da quello descritto su Repubblica qualche anno fa. “Il virologo italiano candidato al Nobel”, è infatti, il titolo di Repubblica sotto il quale si legge: “Alcuni degli interventi più attesi saranno quelli di Giulio Tarro, virologo di fama mondiale e voce autorevole nel dibattito sull’opportunità dell’obbligo vaccinale. Già professore di Virologia Oncologica dell’Università di Napoli, primario emerito dell’ospedale “D. Cotugno”, è stato “figlio scientifico” di Albert B. Sabin. I due, per primi, hanno studiato l’associazione dei virus con alcuni tumori dell’uomo presso l’Università di Cincinnati, in Ohio. Tarro ha scoperto la causa del cosiddetto “male oscuro di Napoli”, isolando il virus respiratorio sinciziale nei bambini affetti da bronchiolite ed ha ottenuto numerosi riconoscimenti, fra cui il premio Lenghi dell’Accademia dei Lincei e il conferimento delle medaglie d’oro da parte del Presidente della Repubblica, oltre alla candidatura per il Premio Nobel. Lo scorso anno ha pubblicato il libro “10 cose da sapere sui vaccini”, con il quale ha cercato di dare risposte ai tanti genitori che si trovavano spiazzati davanti all’introduzione dell’obbligo vaccinale.  Il professor Tarro si pone a metà strada tra coloro che sono stati definiti da alcuni mass media “i crociati del fronte antivaccino” e chi, nel mondo medico, forse sostenuto da alcune multinazionali farmaceutiche, pretende di affidare all’immunoprofilassi la sconfitta di ogni malattia infettiva.Secondo il professor Tarro la vaccinazione è un fatto positivo per la salute delle popolazioni, ma bisognerebbe fare un anamnesi di ogni caso, per capire quale è la storia di ogni paziente. Sbagliano, secondo lui, quelli chi si cimentano in campagne di massa affermando che i vaccini non abbiano alcun effetto collaterale: essendo medicinali, possono avere effetti collaterali, anche gravi”, conclude Repubblica.   Sarà stato mica quel libro “10 cose da sapere sui vaccini” a trasformare in breve tempo Giulio Tarro – per quelli che la pensano come Burioni – da Dottor Jekill in Mister Hyde?

Ma anche ammesso che Giulio Tarro sia il più scadente dei virologi viventi, perché il Pts ha definito le sue “opinioni personali fra sciacallaggio e becero ottimismo”?

Ebbene, ecco che cosa ha detto Tarro a chi gli chiedeva quando si sarebbe usciti dalla pandemia: “Dovremmo dire all’americana: ieri! Perché? Perché dovremmo già esserne fuori. E tornati ad una vita abbastanza normale. C’è la terapia: è la sieroterapia o plasmaterapia che è la cosa più naturale di questo mondo. E funziona: ci sono studi e interventi che lo dimostrano ampiamente… Cioè curarsi con gli anticorpi dei guariti. Con la sieroterapia gli anticorpi delle persone guarite vengono usati e introdotti nel paziente tramite il plasma”.

E alla domanda sulla possibilità di tornare alla normalità, anche prima che arrivi il vaccino, Tarro risponde: “In questo momento siamo tutti in attesa di questo benedetto vaccino. Ma il vaccino che cos’è? È un anticorpo. E noi abbiamo già un vaccino naturale negli anticorpi di chi ha contratto il virus, ma è guarito: gli anticorpi dei guariti già ci sono! Bisogna usare il plasma dei guariti. Si chiama plasmaferesi, non l’ho certo inventata io, ed è attualmente usata con successo negli ospedali di Mantova, Pavia e Salerno… del resto, né per la prima Sars, né per la sindrome respiratoria del Medio Oriente sono stati preparati vaccini… ma si è fatto ricorso agli anticorpi dei soggetti guariti… Se avessimo fatto le scelte giuste saremmo già fuori….”

“Oggi non lottiamo contro l’Ebola – afferma Giulio Tarro – ma il nostro nemico è una malattia che non è letale per quasi il 96% degli infetti”: viceversa si è creato un allarmismo che per le persone è fonte di stress che determina, a sua volta, un calo delle difese immunologiche. Fra l’altro è inutile attendere un vaccino contro il Coronavirus se questo ha, come sembra, una variante cinese e una padana e sarà dunque “complicato averne uno che funziona in entrambi i casi, come avviene per i vaccini antinfluenzali che non coprono tutto”. In conclusione, il virologo suggerisce di utilizzare intanto e tempestivamente una terapia antivirale, perché il coronavirus: potrebbe sparire completamente come la prima Sars; ricomparire come la Mers, ma in maniera regionalizzata; o diventare stagionale come l’aviaria”. Motivo per cui secondo Tarro “serve più una cura che un vaccino”.

Una conclusione che – contrariamente alle accuse di “sciacallaggio e becero ottimismo” – sembra invece in linea con la prassi adottata finora da tanti medici italiani, anche disobbedendo alle direttive dell’AIFA e del Comitato Scientifico: dimostrando che, se curata tempestivamente, Covid19 è una malattia che può avere un decorso breve (7-10 giorni) e per niente grave. Una linea condivisa appieno anche da medici francesi, come Didier Raoult, Direttore dell’IHU Méditerranée Infection (Istituto ospedaliero-universitario in malattie infettive di Marsiglia) la cui posizione in questa intervista (riportata sull’ Anti diplomatico 28 aprile) non lascia adito ad ambiguità. Perché basandosi sui dati epidemiologici riportati nel testo, Raoult afferma: che entro fine maggio, la punta massima in Italia sarà superata; che “Adesso la malattia la conosciamo bene, ci sono diverse fasi … A ogni fase corrisponde una fase terapeutica”,  indicando, per ogni fase, la cura più idonea da adottare fra la clorochina, l’idroclossicorochina, l’antibiotico Azitromicina, gli anticoagulanti come l’eparina e il plasma; e conclude lapidario: “Sono d’accordo con la maggior parte dei medici, che vedono i malati e dicono: bisogna fare qualcosa. L’idea che si possano lasciare le persone senza trattamento finché non hanno una crisi respiratoria e devono andare all’ospedale, è un’idea che non si è mai vista: le persone devono essere curate”.

A questo punto, visto che tali terapie “inspiegabilmente non hanno fatto breccia nella comunità scientifica che affianca il governo nell’emergenza”,non resta che un handicap che accomuna questi farmaci: il costo. Bassissimo. Perché non sempre i costi bassi sono un vantaggio: almeno, per gli affari delle case farmaceutiche. 

E qui non si tratta di Dietrologia, ma di Economia: perché non tenere conto dell’enorme business sulla ricerca di farmaci e vaccini che questa pandemìa ha scatenato in tutto il mondo, non aiuta certo a capire perché questi medicinali hanno avuto scarsa presa; perché sono stati inizialmente sconsigliati dall’AIFA, snobbati da chi li ha definiti “medicinali vecchi” e di antica generazione (come se per i farmaci valesse la moda e non il principio attivo) e perfino apertamente avversati.

Detto questo, con un ritaglio alla volta, la figura sul puzzle del “coronavirus all’italiana” comincia a prendere forma. Giulio Tarro, ha improvvisamente acceso le luci della ribalta su una cura a basso costo – la sieroterapia – attirando l’attenzione della stampa sulla gente che guariva. Ma Burioni e il suo “Patto per la Scienza” non sembrano altrettanto entusiasti.

Tant’è vero che Burioni sul suo sito Medical Facts (ripreso il 7 maggio dall’Adnkronos) ne parla ridimensionandone molto la portata e ampliandone i rischi: imitato da altri “esperti” che non conoscono a fondo la metodologia innovativa e gli standard di sicurezza adottati a Mantova e Pavia. Per cui, come già accaduto con l’eparina definita “una scemenza”, i suoi giudizi creano reazioni risentite. Soprattutto quando afferma: “Se il plasma funzionasse, si aprirebbe uno scenario molto interessante: produrre in laboratorio sieri sintetici”.

Dal plasma naturale, solidale, quasi gratuito, insomma, a un prodotto farmaceutico su scala industriale con costi tali da divenire un business. Un passaggio fatto da Burioni in una delle puntate di “Che tempo che fa” che provoca lo sdegno di De Donno che, avendo sottolineato il vantaggio di questa terapia basata sulla solidarietà dei donatori di sangue, sbotta: “noi non siamo mammalucchi”. Forse alludendo al fatto che Burioni non perde occasione per promuovere i capisaldi del suo patto: vaccini e altri prodotti delle case farmaceutiche. Una battuta compresa dagli addetti ai lavori, ma incomprensibile per i giornalisti: che la riportano aggiungendo “che avrà voluto dire?”. E che risulta indecifrabile anche alla maggior parte dei cittadini costretti, così, ad assistere a un’ennesima querelle senza capirci niente.

E questa diatriba si amplifica quando De Donno sbotta ai microfoni di “Lavori in corso” (su Radio Radio ripresa il 21 APRILE da Il Fatto): “Il nostro è un Paese noto per avere molti opinionisti. E’ necessario far parlare persone che conoscono questo virus… Potrei fare un elenco lunghissimo di scienziati italiani che vengono maltrattati. La classe politica italiana dovrebbe essere un po’ più umile e ascoltare di più gli scienziati seri… questo purtroppo ha influenzato la classe politica in senso negativo“.

Questa apparente digressione sugli “esperti” onnipresenti mediaticamente – dei quali Burioni è solo un esempio – è in realtà, un approfondimento indispensabile da parte di chi vuole fare una corretta informazione: perché questi “esperti” sono diventati personaggi che influenzano e condizionano l’opinione pubblica.

Così come merita approfondimento un’iniziativa quale il “Patto trasversale per la Scienza” che lancia accuse, diffide e giudizi verso altri scienziati come fosse un Tribunale, senza esplicitare a quale titolo si assume questo ruolo, e chi gli riconosce tale diritto ed autorevolezza.

Il Patto per la Scienza (PTS) è in realtà, un’associazione sorta soprattutto per rapportarsi con la politica: “E’ un impegno per le forze politiche a riconoscere che il progresso della Scienza è un valore universale dell’umanità che non può essere negato o distorto per fini politici o elettorali.” L’associazione è stata promossa dai professori Guido Silvestri e Roberto Burioni: il primo, ha numerosi incarichi fra i quali è membro dell’Emory Vaccine Center”; e Burioni è il virologo noto per la sua difesa dei vaccini. Si legge anche che a firmare il Pattosono quattro premi Nobel, Università e politici tra cui l’attuale viceministro della Salute Pierpaolo Sileri, Matteo Renzi, Beppe Grillo, Beatrice Lorenzin, presidenti di fondazioni, Ranieri Guerra, vicedirettore generale dell’OMS”.

Nel Patto, dunque, ci sono dentro tutti: scienza, politica e cittadini. E i capisaldi del Patto sono fare rispettare i “cinque impegni per la politica”:

1) Tutte le forze politiche italiane si impegnano a sostenere la Scienza come valore universale di progresso dell’umanità che non ha alcun “colore politico” e che ha lo scopo di aumentare la conoscenza umana e migliorare la qualità di vita dei nostri simili.
2) Nessuna forza politica italiana si presta a sostenere o tollerare in alcun modo forme di pseudoscienza e/o di pseudo medicina che mettono a repentaglio la salute pubblica come il negazionismo dell’AIDS, l’anti-vaccinismo, le terapie non basate sulle prove scientifiche, ecc.  
3) Tutte le forze politiche italiane si impegnano a governare e legiferare in modo tale da fermare l’operato di quegli pseudo scienziati che con affermazioni non dimostrate ed allarmiste creano paure ingiustificate tra la popolazione nei confronti di presidi terapeutici validati dall’evidenza scientifica e medica.
4) Tutte le forze politiche italiane si impegnano ad implementare programmi capillari di informazione sulla Scienza per la popolazione, a partire dalla scuola dell’obbligo, e coinvolgendo media, divulgatori, comunicatori, ed ogni categoria di professionisti della ricerca e della sanità.
5) Tutte le forze politiche italiane si impegnano affinché si assicurino alla Scienza adeguati finanziamenti pubblici, a partire da un immediato raddoppio dei fondi ministeriali per la ricerca biomedica di base.

Impegni rafforzati nella conclusione del Patto che si definisce “uno strumento di progresso e di civiltà nelle mani dei cittadini. L’obiettivo principale è portare le evidenze scientifiche alla base delle scelte legislative e di governo di tutti i partiti politici, trasversalmente. Rappresenta inoltre una cassa di risonanza per i cittadini che vogliono combattere bufale e fake news in ambito medico-scientifico, così come ciarlatani e pseudo medici…”
Un apparente “strumento di progresso” che, però, può diventare uno strumento micidiale se qualcuno ne fa un uso di parte: soprattutto a livello mediatico.

Di questi “impegni”, infatti, il “vaccinismo” viene presentato come un valore della scienza, un teorema scientifico incontestabile: cosa che non è. Di conseguenza, l’anti-vaccinismo diventa una sorta di attentato all’integrità della scienza. Altrettanto “le terapie non basate sulle prove scientifiche”: evidentemente alludendo alla grande e antica tradizione delle medicine alternative e naturali – dalla medicina cinese, all’agopuntura, all’omeopatia – che vanno cancellate dalla faccia della terra in quanto “pseudo scienza e/o pseudo medicina, che mettono a repentaglio la salute pubblica”.

Per cui anche i loro sostenitori vanno perseguitati da “tutte le forze politiche italiane” che si impegnano a fermare l’operato degli pseudo scienziati che creano paure ingiustificate nei confronti di presidi terapeutici validati dall’evidenza scientifica e medica”.  In altre parole: andrebbero fermati gli scienziati contrari ai vaccini (cioè, ai “presidi terapeutici validati dall’evidenza scientifica”) che, in quanto tali sono fra le “evidenze scientifiche da porre alla base delle scelte legislative e di governo di tutti i partiti politici”.

 Frasi, insomma, apparentemente contorte, ma chiare nell’obiettivo che il Patto vuole perseguire: cioè, in nome di una presunta, quanto infondata, supremazia della scienza nell’interpretare la realtà, un gruppo di scienziati sostenuti da politici e cittadini, si sono accaparrati il diritto di decidere che cosa è scienza; di promuoverne i prodotti farmaceutici, tra i quali svettano i vaccini; e quindi, di denunciare e perseguitare tutto ciò che, secondo loro, “scientifico” non è.

Ma leggendo queste finalità del PTS, la sensazione è che sia un manifesto dal carattere più intollerante e settario, che scientifico. Perché si pone come una sorta di “Vangelo della scienza” in cui credere ad occhi chiusi. Un Patto, dunque, che sembra suggerire “non avrai altro scienziato oltre che me” o “quelli che la pensano come me”: il tutto dispensando al popolo, come ostie sacramentali, le pillole della “scienza al potere” da una rete televisiva del servizio pubblico pagato dai cittadini o da altri media più o meno mainstream.

Una cornice per la scienza, insomma, alquanto contrastante con l’impostazione cartesiana “la mia unica certezza è il dubbio”, che indica come i progressi scientifici vadano avanti proprio perché c’è chi dubita, mette in discussione, verifica e dimostra. E questo può farlo chiunque, anche un oscuro ricercatore se poi ciò che teorizza si rivela esatto: come accaduto per il coronavirus in Italia dove medici e ricercatori – sulla base delle loro conoscenze – hanno salvato la vita a centinaia di persone proprio dubitando della validità delle direttive provenienti dall’alto, contravvenendo con coraggio laddove si sono rivelate false, inadeguate o lacunose, senza nascondersi dietro il paravento delle procedure.

L’aspetto più ambiguo e pericoloso però, di questo sodalizio è il rapporto fra scienziati e politica: perché se da un lato Burioni, Lopalco, Silvestri e soci, si attribuiscono impropriamente un’autorevolezza che compete solo a istituzioni scientifiche riconosciute  – quali, per esempio l’”International Academy of science” o l’”Accademia dei Lincei” – dall’altro ci sono politici che altrettanto impropriamente gliela riconoscono. Tant’è vero che il PTS – oltre ad avere assoldato fra i suoi fans il precedente e l’attuale vertice della Salute, Lorenzin e Soleri, nonché Beppe Grillo e Matteo Renzi – dialoga con il Governo e fa proposte che sconfinano in settori dai quali gli scienziati dovrebbero stare fuori: compresa la libertà di stampa.

C’è un documento, infatti, firmato da Burioni e altri 11 scienziati per suggerire al Governo come affrontare la Fase 2 che non suscita grande attenzione nella stampa italiana, ma che per la stampa americana fondata su principi etici inalienabili – quali l’indipendenza dalla politica e l’essere portavoce esclusivamente degli interessi dei cittadini – “è una proposta indecente”. Ad analizzarla, infatti, è un giornalista americano Wolfgang Achter noto, oltre che per quello che ha scritto, perchè insegna una materia che da noi non esiste “Etica del giornalismo”.  
E Achter scrive (su la Voce di New York il 15 aprile) che in questo documento siglato da Burioni e compagni:  “si auspica che la copertura delle notizie riguardanti la pandemia venga coordinata e decisa dalle principali testate italiane, insieme all’Ordine dei Giornalisti e ad una super struttura governativa di controllo delle epidemie che, in futuro, dovrebbe gestire il monitoraggio e la risposta ad altre eventuali pandemie… e si chiede di concedere mandato legale a questa maxi-centrale, per proporre in modo tempestivo e possibilmente vincolante provvedimenti flessibili in risposta a segnali di ritorno del virus, tra cui forme di isolamento sociale (sospensione di attività, eventi sportivi, scuole, ecc…); gestione di infetti e contatti (implementata anche attraverso l’uso di appropriate tecnologie… potenziamento di specifiche strutture sanitarie’”.

“Non si capisce in base a quale potere – prosegue il giornalista – un comitato di esperti non eletti dai cittadini potrebbe prendere provvedimenti “legalmente vincolanti” per ordinare nuove quarantene, sospendere campionati sportivi. Ora sono i virologi a decidere come cambiare l’assetto sanitario dell’Italia al posto dei politici eletti?…  “Nel documento con un linguaggio ovattato – si raccomanda una “Condivisione della strategia comunicativa con l’Ordine dei Giornalisti e i maggiori quotidiani a tiratura nazionale, nonché le principali testate radio-televisive pubbliche e private per evitare i danni potenziali sia dell’allarmismo esagerato che della sottovalutazione facilona o addirittura negazionista”. …. Qua si sta mettendo in discussione un principio fondamentale per una democrazia: la libertà di stampa. Perché si sta suggerendo ai giornalisti di lavorare non più indipendentemente ma insieme alle autorità e, quindi, di non pubblicare notizie non gradite, con la scusa di non allarmare i cittadini! Mi permetto di dire all’eminente Dott. Burioni e ai suoi eminenti colleghi che questa loro proposta è indecente, degna del Minculpop durante il ventennio della dittatura fascista! Voglio sperare che quando l’hanno scritta, causa la fatica e lo stress … momentaneamente non fossero in grado di comprendere e di volere…”, conclude Wolfgan Achter.

Sperando, dunque, che come scrive Achter si siano ripresi dallo stress, ora però sarebbe opportuno sapere che fine abbia fatto questa proposta: è stata in qualche modo raccolta? L’iniziativa di creare una task force anche per i rapporti con la stampa, riportata qualche tempo fa sui giornali, è nata da questi suggerimenti? E quali sviluppi ha avuto?