Diario ragionato della pandemia - Parte prima


Se errare è umano, perseverare è contagioso

Ma l’Agenzia del farmaco e il Comitato Scientifico sembrano procedere con il freno a mano tirato. Soprattutto tra fine aprile e inizio maggio, quando si sparge una notizia straordinaria: finalmente si è trovato il primo – e al momento unico – rimedio da utilizzare ad hoc, per debellare direttamente il virus. Tutte le cure elencate finora, infatti, non servono ad annientare il coronavirus, ma si sono dimostrate efficaci nel bloccare la violenta reazione del sistema immunitario. Questo, invece, è qualcosa di potente quanto un vaccino: la trasfusione nei malati del sangue ricco di anticorpi dei guariti. Con un vantaggio rispetto ai vaccini sintetici: non ha controindicazioni o effetti collaterali perché non è un farmaco.

È, infatti, un vaccino naturale disponibile subito e gratuito: perché la materia prima è il plasma fornito dai donatori di sangue che, come si sa, lo fanno per solidarietà e non per profitto. Questo oggi è il primo e unico farmaco da utilizzare ad hoc per debellare direttamente il virus. “La sperimentazione sul plasma dei guariti per trattare i pazienti con Covid-19 è stata avviata dal Policlinico San Matteo di Pavia e dall’Ospedale Carlo Poma di Mantova. Si è conclusa da pochi giorni” – dichiarano gli autori a fine aprile – Siamo cautamente ottimisti, ma i risultati visti nei casi singoli sono stati sorprendenti”.

A spiegare fra i primi in dettaglio la situazione è un lungo pezzo (su Affari Italiani del 25 aprile) che titola “Coronavirus, la cura c’è ma non se ne parla”. Da Pavia e Mantova la svolta: i due ospedali non hanno più morti da un mese. Curano con la sieroterapia, le trasfusioni di plasma dei guariti. I dati sono splendidi”.

E Giuseppe De Donno direttore di Pneumologia e Terapia intensiva respiratoria dell’ospedale Carlo Poma di Mantova, continua: “Sono entusiasta di vedere le persone guarite così velocemente. I limiti della terapia? Costa poco, è fattibile e pure democratica. Abbiamo 7 o 8 donatori tutti i giorni”.  Tra i pazienti del Carlo Poma di Mantova curati con successo, anche una donna incinta di nome Pamela”.

Funziona così. “Chi dona deve essere sano, guarito dal Covid e avere degli anticorpi neutralizzanti”, racconta il direttore di Immunoematologia e Medicina Trasfusionale Massimo  Franchini. “Il protocollo prevede 3 somministrazioni. A distanza di 48 ore l’una dall’altra. La compatibilità per il plasma viene fatta sul gruppo sanguigno”. Franchini ci spiega che il plasma ha un notevole livello di sicurezza virale ed è un prodotto assolutamente sicuro e rigoroso e va nei dettagli: “Se il vaccino, che non abbiamo, ti farebbe produrre gli anticorpi, questa che è un immunoterapia passiva trasferisce gli anticorpi dal guarito al malato. Il paziente non produce nulla e non crea nulla. Ma funziona per salvarlo”. 

Tra Mantova e il San Matteo di Pavia è partita la sperimentazione su un nucleo di 48 persone: tutte curate con successo. Ma è un intervento empirico?

Risponde Cesare Perotti Direttore del Servizio Immunoematologia e Medicina Trasfusionale del policlinico San Matteo di Pavia: “Qui di empirico non c’è niente. Al contrario, si fa in situazioni di grandi epidemie. C’è una validazione della terapia con il plasma iperimmune che non ha eguali nel mondo. Sono conosciuto per non essere uno che ‘le spara’ e le posso dire che in questo momento è il plasma più sicuro al mondo, perché la legislazione italiana ha delle regole stringenti che non ci sono in Europa e in nessun altro Paese, neanche negli Stati Uniti. Non solo abbiamo gli esami obbligatori di legge sul plasma per essere trasfuso, ma abbiamo degli esami aggiuntivi e il titolo neutralizzante degli anticorpi che è una cosa che facciamo solo noi al policlinico di Pavia… Noi sappiamo la potenza, la capacità che ciascun plasma accumulato ha di uccidere il virus. Ogni plasma è fatto in modo diverso perché ogni paziente è diverso, ma noi siamo in grado di sapere quale usare per ogni caso specifico”.

Uno strumento importante questo da utilizzare nel caso, usciti dalla quarantena, si ripresentasse uno scenario di contagio. Ma soprattutto per fermare SUBITO la catastrofe di morti che ancora continua. Perotti: “Stiamo accumulando plasma per un’eventuale seconda ondata di contagi. E’ una terapia per chi sta male oggi. Ben venga il vaccino sintetico, ma nell’attesa il protocollo funziona eccome! Lo studio è stato depositato. Tutto quello che le hanno detto, che si esce in 48 ore, è vero”.

La notizia comincia a circolare, le agenzie di stampa la ribattono. E Massimo Franchini, il responsabile dell’Immunoematologia e Medicina trasfusionale del Poma, ribadisce (Adnkronos Salute 28 aprile): “Al contrario “di alcune bufale” che circolano, il plasma prodotto in questo modo è sicuro e la possibilità che trasmetta malattie infettive è pari a zero. Si tratta di una terapia di emergenza, ma – precisa – noi non abbiamo realizzato un protocollo d’emergenza: si tratta di un lavoro rigoroso che segue le indicazioni del Centro nazionale sangue. Il risultato è una terapia specifica e mirata, all’insegna della massima sicurezza. La sieroterapia è una cura moderna utilizzata dal 1880”.

Ma dopo questi annunci scoppia un’inspiegabile polemica sui social e in tivù fra “esperti” favorevoli e contrari alla terapia al plasma. Un conflitto simile a quello vissuto dai medici che hanno lanciato i loro SOS per utilizzare in maniera precoce i farmaci già in commercio che costano poco e sono facili da produrre in qualsiasi laboratorio italiano: un conflitto, dunque, alimentato anche di interessi economici.

Del resto, da sempre c’è chi trae profitto dalle disgrazie: i costruttori dai terremoti, i fabbricanti di armi dalle guerre, le case farmaceutiche da epidemie e pandemìe. E oggi la ricerca di nuovi farmaci e vaccini anti-coronavirus è una realtà economica che preme e che – proprio per completezza di informazione – non si può fare finta di ignorare: perché fa da sfondo anche a questa pandemìa. Anzi, senza tenere conto di questo scenario dove si svolge il “conflitto” tra esperti – sia sul plasma che sui farmaci a basso costo già disponibili – non si riesce a capirne la portata.

Nella polemica che impazza sui media, infatti, dovrebbe essere chiaro che hanno ragione i medici impegnati in prima linea, perché tentano di fare valere un diritto fondamentale: la necessità di salvare vite umane che durante un’epidemia è prioritaria. Ma la burocrazia sanitaria tentenna, nonostante la gente, nel frattempo, continui a morire. E pretende il pedissequo rispetto di procedure per l’utilizzo dei farmaci quali studi “randomizzati”, trial, studi in doppio cieco che valgono sicuramente in linea di principio soprattutto per farmaci nuovi e mai testati, ma non quando c’è un’emergenza e i farmaci che si stanno dimostrando efficaci sono conosciuti e testati ormai da decenni: come l’idrossiclorochina, gli antibiotici, l’eparina, la sieroterapia. Eppure questo principio basilare della Medicina – incontestabile come il principio che la terra gira intorno al sole e non il contrario –  salta durante questa pandemia: come dimostrano le richieste dei medici all’AIFA e agli altri organi di controllo, di tenere conto dell’eccezionalità della situazione, prevedendo, pur nel rispetto dei canoni di sicurezza, deroghe e percorsi agevolati.

Soprattutto se i risultati già ottenuti sono stati incoraggianti: “Da Pavia e Mantova la svolta: i due ospedali non hanno più morti da un mese”, titolano, infatti, i giornali. Anche se la notizia riportata è parziale. Perché non ci sono più morti fra quelli curati con il plasma: ma gli altri continuano a morire. Si sono salvati, insomma, un “numero limitato” di pazienti: i 48 ammessi dagli organi di controllo nel protocollo di ricerca per la sperimentazione e un’altra decina di pazienti per i quali i medici di Mantova e Pavia hanno chiesto al Comitato Etico l’autorizzazione alla somministrazione “per uso compassionevole”. Come accaduto per Pamela, la donna incinta ammalata di Covid 19, arrivata in ospedale dopo l’approvazione del protocollo, che quindi non era inserita nell’elenco dei 48 autorizzati.

Ma ora che la sperimentazione è terminata, in attesa che gli organi di controllo consentano il prosieguo della somministrazione, che cosa accade? Che cosa rispondono i medici agli altri ammalati che vorrebbero ricevere il plasma per essere salvati: a te non ti posso salvare perché manca il placet dell’AIFA, del Ministero o dell’Istituto Superiore di Sanità? Come si giustifica scientificamente ed eticamente questa sorta di “Schindler list”: la lista limitata, cioè, come quella dei reclusi in campo di concentramento, salvati disobbedendo alla Gestapo e corrompendo le guardie carcerarie dal magnate Oscar Schindler?

Anche in questo caso, infatti, rischiano di salvarsi in pochi: e per i medici che lo vivono, è un peccato mortale. Un dramma forse simile a quello vissuto dai medici ospedalieri, che per mancanza di posti in terapia intensiva, non hanno potuto accogliere tutti. Con la differenza che, mentre in quel caso le terapie intensive mancavano, ora il plasma per fronteggiare l’emergenza non manca, la quantità non è limitata: solo che, pur essendo a portata di mano, intoppi e lentezze burocratiche incomprensibili e immotivate, ne riducono l’utilizzo.

Quanto sta accadendo per il plasma, dunque, sembra un déjà-vu in cui risuona l’eco degli SoS dei medici che chiedono i tamponi per le diagnosi e i farmaci per le cure, concessi, invece, con il contagocce: “Malati curati troppo tardi, così non li salviamo”.  “Sprechiamo tempo prezioso … quanti altri morti dobbiamo contare?”.  

E questo divario fra esigenze vitali e pretestuose necessità procedurali, prende corpo sotto gli occhi di migliaia di spettatori il 5 maggio ne lo scontro De Donno – Ippolito a “Porta a Porta”.

Il confronto fra Giuseppe De Donno e il professore Giuseppe Ippolito Direttore Scientifico dello Spallanzani di Roma, collaboratore dell’OMS per le malattie altamente infettive, e membro del Comitato Scientifico è, infatti, un conflitto apparentemente assurdo, considerato che si gioca su uno scenario da centinaia di morti al giorno. Tant’è vero che lo stesso Bruno Vespa, guidato dal buon senso, non riesce a capire perché una terapia che ha funzionato per gli AMMALATI INSERITI NEL PROTOCOLLO SPERIMENTALE non possa continuare ad essere usata anche fuori dal protocollo senza aspettare i risultati degli “studi randomizzati, piattaforme su larga scala, trial” che per il professore Ippolito, invece, sono procedure ineliminabili: a quanto pare più “vitali” delle centinaia di vite che, quotidianamente, il coronavirus continua a sterminare. Come inspiegabile risulta a un certo punto la  scomparsa di De Donno dal teleschermo: stava per esporre, infatti, il suo protocollo quando viene annunciata la pausa pubblicitaria. Al termine della quale, però, De Donno non c’è più: e si passa a trattare un altro argomento….

Questa puntata di Porta a Porta del 5 maggio 2020, dunque, nel suo piccolo potrebbe passare alla Storia della pandemìa: perché, al di là delle parole dei protagonisti, si intuisce che c’è dell’altro. Qualcosa che non si può spiegare in pochi minuti ai telespettatori che forse, però – con una punta di angoscia ed impotenza, come quella che trapela anche dalla faccia di De Donno – si chiedono che cosa stia veramente accadendo. E pur non riuscendo a capire che cosa ci sia dietro questa strana, violenta, esagerata polemica che impazza sui giornali fra scienziati favorevoli e “scienziati” contrari all’utilizzo del plasma, intuiscono che è una brutta cosa. Perché hanno già sentito i medici di Mantova e Pavia raccontare che hanno visto decine di persone sofferenti morire di coronavirus: e che è “un peccato mortale avere fra le mani una terapia in grado di mettere fine a questa sofferenza e non sfruttarla”.

E hanno intuito che pur avendo trovato il modo di fermare questa carneficina, questi medici, come quelli che hanno adottato le cure precoci, non possono farlo o si debbono fermare: non si sa bene, però, in nome di che cosa. E anche questo si legge dalla faccia di De Donno che cerca di nascondere la sensazione che una valanga stia per travolgerlo senza che lui possa fare niente. Una faccia che la dice lunga sul dramma che sta per scoppiare. Come la dice lunga la faccia di Ippolito: impassibile, priva di emozioni, dalla quale non trapela niente.